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Lo strappo di Matteo Renzi e dei suoi non ha prodotto, finora, una crisi di governo ma piuttosto ha dato vita ad una variante del Conte 2, una mutazione genetica non ancora completata ma che potrebbe presto degenerare, come accade ad altri virus di cui per forza di cose ci stiamo occupando da mesi. La certificazione di un percorso dall’esito ancora incerto è venuta da una fonte autorevole: il segretario del Pd Zingaretti secondo cui alla maggioranza mutilata uscita dalla duplice votazione delle Camere “va data un’identità politica”, che evidentemente ancora non ha. Solo un anno fa lo stesso Zingaretti aveva definito Giuseppe Conte “un punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste”; e allora qualcosa deve essere successo nel frattempo se una certezza così granitica si è rapidamente sfaldata. Va di moda dare a Renzi la colpa di tutti i guai che maggioranza e governo stanno attraversando, e certamente l’ex sindaco di Firenze ed ex presidente del Consiglio ci mette del suo, incapace com’è di governare il suo carattere; ma la politica dovrebbe superare i personalismi. E allora val la pena interrogarsi sul quesito indirettamente posto dal segretario del Nazareno: chi può dare un’identità politica al governo? O ancora prima, come mai una coalizione nata alla fine dell’estate 2019 e che vorrebbe arrivare al termine della legislatura non ne ha ancora una riconoscibile? Perché, si può dire rispondendo al secondo quesito, in realtà la coalizione giallo-rosa è nata, anche per ammissione del suo ostetrico (che fu Renzi) con il principale se non unico obiettivo di sbarrare la strada a Salvini, allora capo indiscusso di un centrodestra spostato su innaturali posizioni sovraniste, populiste, antieuropee. La coincidenza del duplice voto parlamentare di questi giorni con l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca dimostra che il contesto internazionale è radicalmente mutato, e che oggi non solo l’Italia ma l’Europa e l’Occidente si stanno incamminando lungo un sentiero di collaborazione che Donald Trump aveva interrotto bruscamente. Presto anche il centrodestra italiano dovrà adeguarsi, e qualche avvisaglia già si avverte: Giorgia Meloni attenua i toni barricadieri, Silvio Berlusconi recupera visibilità e consensi, lo stesso Salvini sembra disposto a seguire i suggerimenti di Giorgetti. L’opposizione è meno granitica di un tempo. La dialettica politica sta ritornando alla normalità: la destra non agita più lo spauracchio dell’alternativa di sistema; a sinistra si tenta di coltivare l’orto riformista. Sarebbe questa l’identità politica evocata da Zingaretti, tanto più necessaria nel momento in cui una pioggia di finanziamenti sta per irrorare il bilancio dello Stato. Ma allora torniamo all’inizio del ragionamento. La mutazione genetica del Conte 2 sarà all’altezza della sfida del riformismo e del nuovo modello di sviluppo alimentato dai fondi europei? E come pensa il governo di adeguarsi al nuovo compito che l’attende? Recuperando cascami parlamentari come quelli che si sono palesati martedì al Senato? Facile oggi denunciare l’invasione di campo della magistratura (e certe coincidenze giustificano ogni sospetto), ma una identità politica non si costruisce ricorrendo a donatori di sangue anemici o anime perse pronte a tutto pur di ottenere una polizza sul futuro. A quel che si capisce, una variante del Conte 2 potrebbe solo galleggiare per scongiurare lo scioglimento delle Camere, e per un Conte 3 mancano le condizioni e gli interlocutori. Una nuova maggioranza, questa  volta, richiederebbe un nuovo leader.

di Guido Bossa

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