Tagliente, ironico, spesso provocatorio: Paolo Cirino Pomicino ha incarnato per decenni un modo tutto particolare di vivere la politica, capace di mescolare visione strategica e battuta fulminante, tanto nei palazzi istituzionali quanto nelle aule giudiziarie. Per Napoli era semplicemente “’o ministro”, simbolo di una stagione in cui la classe dirigente meridionale ambiva a ridisegnare il ruolo del Sud e, soprattutto, l’identità della città partenopea.
Più volte protagonista nei governi della Prima Repubblica, fu ministro della Funzione pubblica tra il 1988 e il 1989 nel governo di Ciriaco De Mita e, subito dopo, ministro del Bilancio e della programmazione economica dal 1989 al 1992 nei governi guidati da Giulio Andreotti. Esponente di punta della corrente andreottiana della Democrazia Cristiana, si impose come uno dei principali interpreti della politica della mediazione, fondata sul dialogo continuo tra alleati e avversari.
La sua visione guardava a un Mezzogiorno diverso, più moderno e competitivo, e a una Napoli capace di recuperare centralità e orgoglio, anche attraverso grandi trasformazioni urbane come il Centro direzionale. All’interno della DC scalò rapidamente le gerarchie: già nel 1973 era delegato al congresso nazionale, per poi entrare negli organismi dirigenti del partito. Il suo percorso, tuttavia, si sviluppò spesso in tensione con altri leader campani, come Antonio Gava, segnando una dialettica interna vivace e non priva di contrasti.
Eletto per la prima volta alla Camera nel 1976, fu riconfermato fino al 1994, attraversando da protagonista la fase finale della Prima Repubblica. In quegli anni fu uno degli uomini chiave del cosiddetto CAF, l’alleanza tra Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani, contribuendo a orientare le politiche economiche del Paese. In Campania consolidò inoltre un asse politico con Francesco De Lorenzo e Giulio Di Donato, una stagione ribattezzata “dei viceré”, che influenzò profondamente le scelte urbanistiche ed economiche del territorio, riportando con forza al centro la questione meridionale.
Il suo nome finì inevitabilmente al centro della stagione di Mani Pulite, che travolse la classe dirigente della Prima Repubblica. La Procura di Napoli aprì nei suoi confronti 16 procedimenti, 14 dei quali arrivarono a processo: tutti si conclusero con assoluzioni. Un esito che Pomicino rivendicò con decisione, spesso commentando con tono polemico e disincantato le vicende giudiziarie, anche attraverso interventi pubblici e scritti.
Dopo Tangentopoli, la sua traiettoria politica non si interruppe. Tornò sulla scena nei primi anni Duemila, venendo eletto al Parlamento europeo nel 2004 con l’Udeur di Clemente Mastella e aderendo al Partito Popolare Europeo. Nel 2006 rientrò alla Camera, assumendo la guida del gruppo parlamentare formato da Democrazia Cristiana e Nuovo Psi. Negli anni successivi attraversò diverse esperienze politiche, dall’Unione di Centro fino a “Noi con l’Italia”, arrivando nel 2019 a sostenere il Partito Democratico e ad avvicinarsi al progetto di Giuseppe De Mita.
La sua vita personale fu segnata anche da momenti delicati, come il trapianto di cuore subito nel 2007 dopo un infarto, episodio che non ne interruppe però la presenza nel dibattito pubblico. Fino agli ultimi anni, infatti, continuò a intervenire con lucidità e spirito critico sulle vicende politiche, in particolare su quelle legate a Napoli.
Figura complessa e controversa, Pomicino resta legato anche agli stereotipi di un’epoca segnata da scandali e corruzione. Lui stesso affrontò il tema nel libro Il grande inganno, sostenendo che Mani Pulite avesse aperto la strada al populismo, più che risolvere i problemi strutturali del sistema.
La sua immagine, infine, è entrata anche nell’immaginario collettivo grazie al cinema: nel film Il Divo di Paolo Sorrentino, fu interpretato da Carlo Buccirosso, in un ritratto che ne restituisce, tra ironia e caricatura, i tratti più riconoscibili e le contraddizioni di un protagonista indiscusso della politica italiana.


