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La verità come rimedio possibile nel romanzo “Veleno”

di Vincenzo Di Lalla

La cultura dello stupro o rape culture si inserisce in un contesto che considera normale la violenza sulle donne. Il termine, come ricordano Patricia Donat e John D’Emilio in un articolo pubblicato sul Journal of Social Issues nel 1992, si origina nel libro di Susan Brownmiller del 1975: Agaist Our Will: Men, Women and Rape. Il romanzo Veleno, di Anna Maria Aurucci, si inserisce a pieno titolo in questo filone culturale. È  un racconto stilisticamente inconfondibile che conquista fin dalle prime pagine. Un’avventura senza tempo in quei luoghi della mente accessibili soltanto a chi ha la capacità di spingersi al di là dell’immaginifico, un modo nuovo di raccontare, perché per la scrittrice di Petina raccontare non è solo un modus cognitionis ma una concreta esperienza di vita, confrontarsi con una realtà sconfinata e la versatilità della sua scrittura realizza un dialogo ininterrotto tra l’uomo e i suoi luoghi. È un romanzo di formazione che racconta la ricerca a tratti dolorosa del proprio io; coinvolgente, perchè tesse i fili di una stessa materia scevra dall’utopia dell’eccesso; di conversazione, attraverso il quale i personaggi interagiscono fra di loro soprattutto nella parte iniziale, quella dell’incontro fra Emma e Laura che parlano del loro passato nel vagone della metropolitana, il non luogo di quell’umanità di contrasti che vive sospesa tra sogno e realtà. Il racconto è un viaggio nella nostra umanità, ci ricorda che la violenza degli uomini sulle donne è un pensiero che viene da lontano, che diverse culture si sono formate sulla sottomissione delle donne agli uomini e sull’assenza di una pari dignità tra i due sessi. La narrazione si sviluppa su piani diversi. Il primo è quello del kairos, il tempo in cui accade qualcosa d’importante, capace di stravolgere l’apparente calma della vita: il viaggio, l’incontro fortuito di due donne, il racconto della loro quotidianità, un tempo vissuto in maniera soggettiva che acquista un senso solo nelle relazioni, nell’apertura di se stessi a ciò che è altro da sé. Emma e Laura vivono condizioni familiari diverse che si riflettono sulla loro vita. La prima è proiettata nel futuro, è una giornalista e soddisfa il desiderio di raccontare il mondo; la seconda, Laura, è una malinconica soprattutto perché vive quella separazione tra ciò che avrebbe voluto essere e ciò che gli altri hanno voluto che fosse. È una donna dalla personalità incerta che cresce all’ombra del pregiudizio della madre, Clelia, per la quale tutto doveva essere finalizzato al matrimonio, lo studio, il lavoro, la scelta di una vita futura, perfino l’uomo da sposare, non casuale, ragionata, preferendo l’ottimo partito alla ragione del cuore. La seconda parte del racconto definisce situazioni diverse. È attraversata da un turbinio di passioni: desiderio, paura, disperazione, amore, odio. Dalle donne che si ritrovano nella loro origine e dall’irrompere prepotente nella narrazione di personaggi che stimoleranno la storia. Veleno non è l’Apocalisse della surrealità o l’autocelebrazione della disperazione, ma la presa di coscienza di una condizione femminile che la donna porta dentro di sé; è il romanzo dove l’io narrante non coincide con quello della protagonista, Margherita, che si lascia intimorire e nello stesso tempo affascinare dalla grande città, Milano, da questa Atlantide ritrovata che conquista il pensiero. È attratta da quella collettività inquieta, vibrante, dal rumore che non la infastidisce, da sensazioni mai provate. Milano per Margherita è il luogo delle opportunità, dei tram che corrono sui binari, delle pubblicità colorate e degli edifici con le facciate grigie. Prova attrazione per Diego, un uomo che affonda nel proprio egocentrismo convinto che il mondo gli giri intorno. Margherita vive la contrapposizione tra la vita vissuta e le aspettative di una nuova esistenza. L’incedere del racconto subisce a volte un’accelerazione che riflette l’angoscia dell’anima verso un tempo trascorso, che scivola via, ma non conduce al thánatos; ha paura della solitudine, di non essere amata, prova piacere per le attenzioni dell’uomo e vive una condizione di conflittualità. Margherita non odia Diego, odia la sua follia, non ha timore dell’uomo, paventa l’altro che è in sé, quella condizione di pazzia recondita che si manifesta quando l’uomo perde la ragione. Avverte la negatività della sua esistenza, le sue stranezze ma ne rimane affascinata. Per Margherita, Diego è l’esperienza della prima volta non la consolatoria sublimazione, è il pensiero della fuga naufragata miseramente nel ricatto, l’irrompere sulla scena dell’uomo che impedisce alla ragione di cogliere nel divenire del tempo la costanza del suo essere. Del racconto colpisce il tormento del personaggio e il suo narcisismo pervertito che non confluisce nel desiderio di annientamento. Un uomo in preda alle sue ossessioni, prigioniero di una bipolarità psicologica contorta. Vive in una condizione di sospensione tra passione e ossessione, in borderline, con una personalità di confine. La negatività dell’esistenza è generata dall’ambizione di potere che affligge l’uomo. Diego tralascia consapevolmente la propria formazione spirituale, non sa resistere agli stimoli della libidine bestiale, per dirla con Giambattista Vico. Cura e sollecita il proprio egoismo chiudendosi in una sorta di clausura degli affetti. Rifiuta il mito della vita comune, insicurezza e precarietà dominano la sua esistenza e le sue azioni, proprio come i grandi racconti, perdono il contatto con la realtà. Mai come in questo momento il futuro viene percepito come imprevedibile e incontrollabile. Ed è all’interno del circuito bisogno-desiderio dell’altra che sono comprese le dinamiche attrattive e repulsive che caratterizzano il rapporto tra Margherita e Diego. La reiterazione dell’abuso manifesta la perdita della propria identità e la teatralità del personaggio perpetua una conflittualità interiore. In Diego sorprende il sentimento del contrario e quel non saper gestire la propria follia. Diego sa di sbagliare nel suo agire perverso proprio perché in lui è presente l’idea del bene: l’uomo buono, pronto ad aiutare i poveri, che si commuove guardando un film e l’uomo del male che nasconde l’ombra di una persona posseduta dai demoni della perversione. Il racconto si muove in un vorticoso gioco di interpretazioni alla ricerca di una personalità smarrita nei meandri dissociativi del personaggio. Margherita risulta debitrice nei confronti di Diego solo per l’esortazione di un desiderio di libertà che troverà il suo contrario nella violenza dell’uomo. In Veleno, Adele accetta il tradimento del marito con altre donne pur di non perderlo, ma non scrive al destino come la donna senza nome di Edmea Caponnetto, lo condivide fino a diventarne complice. La sublimazione del gesto è racchiusa tutta nella giustificazione finale: «Io non potevo tollerare l’idea che qualcuno ti facesse del male, l’idea che Diego ti sporcasse ancora con le sue perversioni […]». Salvando Margherita dalla follia dell’uomo la donna appaga le proprie incertezze, il fallimento di una vita, risolve le sue sofferenze, affranca la propria infelicità, ma non farà pace con la sua coscienza. In questo romanzo la scrittrice conferma quella capacità innata di trasformare la quotidianità in una realtà rocambolesca dove la scrittura è un continuo misurarsi con se stessa e con il mondo. Il suo pragmatismo non è presupposto su rappresentazioni astratte della realtà e la linearità discorsiva del racconto è un pregio dell’autrice, non il suo contrario. Questo libro racconta il desiderio per un cammino di speranza e di libertà, è un omaggio alle donne del mondo. Alle donne degli amori infiniti o impossibili, a quelle che amano, parlano alla luna nelle sere d’estate, aspettano la fortuna sulla riva di un mare tempestoso o cercano la loro stella in cielo senza stelle. Alle donne che invecchiano lasciando che gli anni addolciscano la loro età, a quelle che hanno ancora un sogno o non hanno mai smesso di sognare. Alle donne che fanno della libertà quel pensiero stupendo per il quale vale la pena vivere, gridare, gettare il cuore oltre l’ostacolo, lottare per una speranza, non importa se grande o piccola, ma lottare e non arrendersi mai. Anna Maria Aurucci sa raccontare la vita, riunire il desiderio in grido, guardare verso quell’isola lontana dove le nuvole incontrano il mare, prendere per mano la tristezza e non smettere mai di essere un Don Chisciotte alla ricerca del sogno.

 

 

 

 

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