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L’amore muove, Restaino: nel mio racconto le storie di tante donne vittime di violenza. Ripartire dall’ascolto e dal rispetto di sè

“La scrittura come spazio di libertà, capace di dare voce a storie di donne con le loro sofferenze e il loro desiderio di riscatto”. E’ Gaetana Aufiero, docente e scrittrice, a porre l’accento su una delle chiavi per comprendere il romanzo di Maristella Restaino “L’amore muove”, Albatros, presentato ieri alla libreria Mondadori nel corso di un incontro promosso dall’associazione Insieme per Avellino e per l’Irpinia. “Il racconto – spiega Aufiero – diventa strumento attraverso il quale restituire senso alla propria vita, lasciare emergere il non detto, le bugie, ciò che era stato rimosso o dimenticato. Punto di partenza di questo intreccio di storie, in cui la voce narrante sembra richiamare quella di Sherazade, il diario al quale la protagonista consegna i suoi segreti, violato dalla madre e, poi, abbandonato. Sarà l’incontro con un insegnante e una psicologa a farle riscoprire il piacere della scrittura. Una scrittura nella quale irrompe il dialetto con forza, come a restituire la centralità della terra irpina, sospesa tra due mari, che si fa cornice del romanzo. Accade così che l’Irpinia faccia il suo ingresso nella grande storia, dalla seconda guerra mondiale all’emigrazione, evocate nei racconti della nonna Teresa che sceglierà di raggiungere, insieme al figlio Bruno, il marito, partito per l’Argentina in cerca di fortuna, per poi tornare in Irpinia con l’avvento al potere dei generali. Una nonna coraggiosa, una delle tante donne che hanno lavorato in silenzio, senza mai perdersi d’animo. Fino alla conquista della Repubblica con la quale le donne chiedono il diritto di voto, vogliono studiare ma devono fare i conti con una cultura patriarcale che resiste e finisce per determinare le loro vite, imponendo loro un destino nel quale non si riconoscono. Un itinerario che arriva fino alle nuove generazioni, costrette a partire per costruire il loro futuro come la protagonista e sua sorella, da Napoli a Milano fino a Parigi, senza mai perdere il legame con le radici. Generazioni a cui si contrappongono una madre abituata ad obbedire, a non esprimere mai ciò che sente e un padre che si sente un estraneo in casa Biase  e comprende di non avere vie di fuga, come uno degli uccelli delle sue voliere”. Un racconto che conquista anche per le modalità di costruzione, tanto da apparire una favola “dalla grande casa in cui abita il Generale al c’era una volta che sembra annunciare una nuova storia, con le donne di famiglia che continuano a parlare attraverso i loro ricami, come fanno oggi le donne palestinesi fino alla capacità di evocare profumi e sapori attraverso le bellissime descrizioni”.

E’ l’avvocato Giovanna Perna, presidente Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Avellino a porre l’accento sulla valenza civile del romanzo, che parte dall’ascolto dei silenzi, dal riconoscimento della ferita “perchè non segni la propria vita per sempre. L’autrice ci consegna storie che attraversano il dolore e chiedono ascolto, per evitare quella che viene chiamata vittimizzazione secondaria, poichè il dolore rimane nelle ossa e nelle case in cui abbiamo abitato, tra sensi di colpa e vergogna. Di qui la necessità di un processo di consapevolezza, di dare un volto alle cose, a ciò che queste donne hanno vissuto, Maristella ci ricorda che la parola può diventare cura, che l’amore muove solo quando è verità e permette di rimettere la propria vita al centro”. E pone l’accento su una cultura che continua a condizionare le donne e sulla centralità dell’indipendenza economica “Senza questa autonomia diventa sempre più difficile per le donne denunciare”. Ricorda la corsia preferenziale che caratterizza i reati legati alla violenza di genere con il Codice Rosso “anche se troppo spesso il processo penale non tiene conto della sofferenza psicologica della donna. E’ chiaro che per contrastare il fenomeno della violenza non serve l’inasprimento delle pene, è importante lottare contro pregiudizi e discriminazioni e costruire una rete sociale che riconosca la donna in quanto vittima”.

Antonio Cucciniello, scrittore, evidenzia come l’amore sia capacità di lasciare libero l’altro, come comprenderanno la protagonista del romanzo e sua sorella, “Il romanzo è un esempio di scritturanima, di flusso di coscienza, espressione di una mente che sente. E’ un libro che racconta la rinascita che scaturisce dall’accettazione del dolore, dalla possibilità di trasformare la propria vita con amore”. Per ribadire come “Il perdono è l’unica soluzione che libera”. La giornalista Floriana Guerriero evidenzia come “Il percorso di rinascita non può non partire dall’esplorazione dell’universo interiore, dalla capacità di riscoprire l’amore di sè e dunque il diritto ad essere amata, al di là delle convenzioni sociali, al di là di ciò che dice la madre, una madre che non è mai stata madre ma ha sempre delegato ad altri il suo ruolo, capace sempre di destabilizzare l’equilibrio della figlia. Solo alla fine del romanzo comprenderemo il suo mistero, il dolore di una donna cresciuta in una famiglia del dopoguerra, in cui il denaro era misura di tutto, costretta alla solitudine e ad un’esistenza che le appariva inaccettabile. La protagonista e sua sorella dovranno, dunque, decostruire il modello educativo ricevuto e comprendere che possono essere madri in modo diverso, riconquistando la propria libertà, una libertà sintetizzata dalle scene finali, in cui casa Biase sembra essersi liberata dai fantasmi del passato, dalla nube nera che sembrava emanare ed imporre a tutti il proprio volere. Uno spazio che si fa metafora della libertà interiore della protagonista, pronta ad accogliere nuove storie”.

E’ quindi Maristella a spiegare come il libro voglia essere un omaggio alle tante donne di cui ha raccolto le storie, un piccolo contributo alla lotta contro ogni forma di violenza “Avevo paura di non rispettare il dolore di queste donne ma volevo offrire il mio piccolo contributo ad una società in cui facciamo ancora fatiche ad essere libere. E’ chiaro che c’è anche tanto di me in questo romanzo, a partire dal legame forte con la mia terra. Il libro nasce dalla volontà di ricordare che la gentilezza e l’ascolto sono fondamentali, perchè spesso chi abbiamo di fronte porta con sè un dolore invisibile. Volevo raccontare che l’amore è davvero il motore di ogni trasformazione, di qualsiasi processo di emancipazione, l’amore di sè e per gli altri. Se non si riesce ad amare sè stessi, diventa difficile anche riconoscere la violenza, soprattutto se si è stati abituati ad un certo modo di concepire le relazioni tra uomo e donna, Mentre è quello il passaggio più importante, su cui ho voluto porre l’accento”. E sulla scelta del dialetto “MI piaceva che le persone si riconoscessero in questa lingua mentre ho voluto che la protagonista non avesse nome perchè tutti potessero sentire che la storia apparteneva anche a loro” Preziosi anche gli interventi del pubblico, è Costanza Fiore a ricordare la differenza tra le modalità del racconto nell’universo occidentale che ha costruito la sua tradizione narrativa sulla guerra e su una voce narrante maschile con poemi come l’Odissea e la cultura orientale in cui il racconto è affidato a una donna come Sherazade. Di grande intensità le letture di Mena Matarazzo, capace di far vivere con intensità i passaggi del libro.

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