Di Mino Mastromarino
L’abuso di una parola ne causa e segnala la perdita di significato. E’ quello che da alcuni anni sta succedendo con la parola ‘radici’. Non solo è utilizzata, a fini di propaganda, dai movimenti localistici, identitari e spesso xenofobi. Ma è anche adoperata, indiscriminatamente, in triviali operazioni di falso folklore, di promozione (pseudo) turistica, di maldestro neuromarketing.
La metafora delle radici è un potente dispositivo di conoscenza del mondo e di sé stessi, concorrendo a formare la memoria collettiva e personale. Rimanda a un albero rigoglioso, cioè a un corpo vitale sostenuto e nutrito da una ramificazione vegetale interrata. Una rappresentazione ideale che, attraverso l’ancoraggio al sottosuolo, mira a indicare lo sviluppo, il cangiamento e il divenire in direzione verticale e migliorativa. Presuppone una radicata condivisione di valori simbolici.
La società globalizzata è invece in totale deficit simbolico, e mena stupidamente vanto della triste scomparsa di ogni rito. Perciò, in luogo di trastullarci con l’uso ‘prezzemolare’ delle radici, facciamo qualcosa per riappropriarci della spiritualità della vita.
Ed è un guaio quando l’allegoria ‘radicale’ viene asservita all’affermazione del concetto di identità, che, per definizione e all’opposto, si fonda sulla immutabilità, sulla certezza, sulla rigida compiutezza. E si risolve nell’immedesimazione in una natura originaria che non può e non deve modificarsi. Del resto, un simbolo (le radici dell’albero) strumentale ad un’ altra astrazione (l’identità collettiva) non funziona. Tanto che – è stato acutamente notato – le radici danno un’immagine dell’identità che paradossalmente, nonostante il rigoglìo della pianta, è più sterile di altre immagini, perché è determinata e deterministica.
Le radici, come idea istituente di una identità di gruppo, integrano infatti una contraddizione in termini. Al riguardo, basterebbe chiedersi banalmente se il paradigma delle radici sia estensibile anche alla foresta: il problema non si pone e non si è mai posto, per la semplice ragione che le radici di una foresta (gruppo di alberi) non possono che corrispondere alla sommatoria delle radici di ciascun albero che la compone. Non esistono, cioè. L’evocazione rizomatica nasconde un’altra trappola di senso, riscontrabile specialmente negli oziosi discorsi sulle tradizioni popolari.
Così si ritiene che una tradizione sia tanto più autentica e solida quanto più antiche ne sono le presunte radici. Ma la individuazione e la collocazione storica delle stesse non sono (quasi) mai precise, perché scientificamente impossibili o arbitrarie o disfunzionali alla contingenza politico-sociale. La vitalità e la durata di una tradizione dipendono dalla rituale iterazione, non già dalla distanza antiquaria della stessa.
La ricerca delle origini – al di fuori dell’interesse antropologico – può avere esiti pericolosi, allorchè assume la forma della nostalgia della purezza. O esilaranti, come succede spesso nel campo culinario e toponomastico ( i fagioli del mio paese sono originali, quelli del tuo, no; c’è sempre un borgo più medievale degli altri).
A proposito delle radici alimentari italiane, comunque non dimentichiamo che il pomodoro, i peperoni, i peperoncini, e la patata provengono dall’ America, mentre per la mela e la melanzana siamo debitori dell’Oriente.



