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L’appello di Esposito del Mid: costruire una città realmente inclusiva

“Un gradino. Pochi centimetri che, per la maggior parte delle persone, rappresentano una semplice interruzione del marciapiede, un ostacolo quasi invisibile da superare con l’automatismo della quotidianità. Ma per chi si muove su una sedia a rotelle, per un anziano con difficoltà motorie o per un genitore con un passeggino, quel gradino può diventare un muro“. Comincia così il suo appello per una città realmente inclusiva e attenta alle esigenze delle persone con disabilità Giovanni Esposito del Mid

“È il confine fisico tra autonomia e dipendenza, tra inclusione ed esclusione, tra il diritto di vivere pienamente la propria città e la necessità di chiedere continuamente aiuto – prosegue Esposito –

Ad Avellino, soprattutto in alcune zone del centro cittadino, la presenza delle barriere architettoniche è una difficoltà con cui molte persone devono confrontarsi quotidianamente.

Basta percorrere le strade della città per imbattersi in marciapiedi sconnessi, dislivelli, rampe mancanti o poco praticabili, ostacoli davanti agli ingressi delle attività commerciali.

E così anche il gesto più semplice, quello di entrare in un negozio, può trasformarsi in una vera prova.

Le rampe, quando ci sono, non sempre sono realmente funzionali: possono essere troppo ripide, troppo strette oppure occupate da automobili, espositori o altri ostacoli. Le porte automatiche rappresentano ancora un’eccezione e, in molti casi, una porta pesante o una maniglia difficile da utilizzare possono rendere complicato quello che per gli altri è un gesto banale.

Non è soltanto un problema di progettazione urbana. È anche una questione culturale.

L’accessibilità non può essere considerata un optional, un costo aggiuntivo o un semplice adempimento burocratico. È un diritto. E garantire quel diritto significa costruire una città nella quale ogni persona possa muoversi, entrare, uscire, fare acquisti, incontrare gli altri e vivere gli spazi pubblici in condizioni di autonomia e dignità.

C’è poi un aspetto che spesso rimane invisibile: il peso psicologico dell’inaccessibilità.

Ogni volta che una persona non riesce a entrare autonomamente in un negozio, in una farmacia, in un bar o in un altro luogo aperto al pubblico, non deve affrontare soltanto una difficoltà fisica. Deve fare i conti con la sensazione di trovarsi davanti a uno spazio che non è stato pensato anche per lei.

È così che una barriera architettonica diventa anche una barriera sociale.

La città rischia di trasformarsi in un luogo a due velocità: una per chi può muoversi liberamente e un’altra per chi deve pianificare ogni spostamento, individuare preventivamente gli accessi, cercare percorsi alternativi e mettere in conto la possibilità di incontrare un ostacolo.

Eppure una città accessibile non è una città migliore soltanto per le persone con disabilità.

È una città migliore per tutti.

Un marciapiede senza dislivelli è più sicuro per una persona anziana, ma anche per un bambino. Una rampa può essere indispensabile per chi utilizza una sedia a rotelle, ma è altrettanto utile a chi spinge un passeggino o trasporta bagagli. Una porta automatica facilita l’ingresso a chi ha difficoltà motorie, ma anche a chi esce da un negozio con le mani occupate dalle buste della spesa.

Progettare tenendo conto della diversità significa, dunque, progettare una città più sicura, più funzionale e più vivibile per l’intera comunità.

Per questo è necessario cambiare prospettiva. Le amministrazioni devono mettere l’accessibilità al centro della programmazione urbana, attraverso controlli, interventi concreti e una maggiore attenzione alla manutenzione degli spazi pubblici. Gli esercenti, allo stesso modo, devono comprendere che l’accessibilità è parte integrante della qualità del servizio, esattamente come l’accoglienza, la pulizia e la cortesia del personale.

Non si tratta di carità. Si tratta di diritti.

E riguarda non soltanto i cittadini con disabilità, ma anche gli anziani, le famiglie con bambini piccoli, le persone temporaneamente infortunate e chiunque possa trovarsi, anche solo per un periodo della propria vita, a vivere una condizione di mobilità ridotta.

Una città accessibile è inoltre una città più accogliente per chi arriva da fuori, per i turisti e per chi sceglie di visitarla.

Immaginiamo una città nella quale entrare in un negozio non sia una prova di abilità. Una città nella quale una persona in carrozzina non debba chiedere aiuto per superare una soglia. Una città nella quale una rampa sia realmente utilizzabile e non semplicemente presente sulla carta.

Immaginiamo, in altre parole, una città nella quale l’accessibilità sia la normalità e non l’eccezione.

Fino ad allora, ogni gradino, ogni porta troppo pesante, ogni marciapiede impraticabile e ogni ingresso inaccessibile continueranno a rappresentare una contraddizione: quella di una società che parla di inclusione ma che, ancora troppo spesso, lascia qualcuno fuori dalla porta.

Ed è alle istituzioni, alle amministrazioni comunali e agli amministratori locali dell’Irpinia che va posta una domanda semplice, ma non più rinviabile:

Quanto ancora dovranno aspettare le persone con disabilità per poter vivere pienamente e liberamente le proprie città?

Quanto ancora dovranno aspettare per entrare in un negozio, raggiungere un ufficio, attraversare una strada, percorrere un marciapiede senza dover affrontare ostacoli che potrebbero essere eliminati?

A questa domanda servono risposte chiare. Ma, soprattutto, servono azioni concrete.

Perché la vera misura del progresso di una comunità non sta soltanto nelle piazze riqualificate, nelle strade nuove o nelle vetrine illuminate”.

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