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– di Virgilio Iandiorio –

Provate a chiedere ad uno studente liceale che si appresti a sostenere gli esami di Stato ( tempo fa si diceva di Maturità) il nome di una poetessa latina. Resterà quantomeno interdetto non sapendo se dire un nome, a caso, o confessare candidamente di non conoscere l’argomento. Questa volta non ci sarà nessuna colpa da addebitare a questo o a quello (voglio dire allo studente o al professore) perché nella letteratura latina non abbiamo poetesse.  I poeti latini hanno scritto versi in onore delle donne, tanto da assicurare ai loro nomi una fama imperitura; ma nessuna donna ha avuto il piacere di vedere la propria voce raccolta, si fa per dire, e pubblicata. Le gioie, i dolori, gli amori delle donne ce li hanno raccontati gli uomini.

Eppure sembra impossibile che in un universo così vario e variegato come il mondo latino non abbiano avuto voce poetica le donne. Forse siamo stati noi, cioè quelli venuti dopo, che non abbiamo correttamente letto nelle opere degli autori classici.

E’ il caso di Sulpicia, poetessa romana contemporanea del poeta Tibullo (Roma 54 a.C. circa – 19 a.C.). Le poesie, che vanno sotto il nome di Tibullo, sono giunte a noi in una collezione di tre libri (Corpus Tibullianum), che, per scelta di alcuni editori del Rinascimento, sono diventati quattro con la suddivisione del terzo in due parti distinte, la terza e la quarta.

Nel Liber quartus sono riportate sei brevi elegie di Sulpicia, componimenti in cui la poetessa confessa, con sincerità e senza finta modestia, una passione ardente per Cerinto, il suo amante.

La possibilità che Sulpicia fosse la vera autrice delle poesie, e quindi una donna in carne ed ossa, era stata scartata o almeno mai presa seriamente in considerazione da tempo immemorabile.

Come si poteva accettare che una donna potesse trattare argomenti amorosi in modo così apertamente appassionato?  E così per secoli di Sulpicia poetessa nemmeno a parlarne. Fino a quando Otto F. Gruppe, filologo e poeta, nato a Danzica nel 1804 e morto a Berlino nel 1876, non pubblicò i due volumi di Die romische Elegie, dove ritrovò l’espressione del “latino femminile”.

Pochi anni fa in Inghilterra andarono tutti pazzi per Sulpicia, grazie al poeta inglese John Heath-Stubbs (1918-2006) che aveva tradotto e pubblicato nel 2000 Poems of Sulpicia (Hearing Eye–London) affermandone ancora una volta l’autenticità e l’attribuzione a questa donna romana di duemila anni fa, che scriveva poesie con spontaneità e passione.

Le poetesse latine non finiscono qui. Senza scomodare un’altra Sulpicia vissuta nell’età di Domiziano (51-96 d. C.) e della quale ci rimangono solo due versi, si deve alla felice intuizione di Eva Cantarella la scoperta di un’altra poetessa, questa però rimane anonima. La sua poesia d’amore è in una iscrizione parietale, e fa parte di quella che è stata definita la “letteratura di strada”, cioè quei pensieri tracciati un poco ovunque dagli antichi romani sui muri delle case, che costeggiavano le strade delle città. A Pompei, infatti, fu trovata un’iscrizione in versi (CIL, IV 5296) che l’illustre studiosa attribuisce al “punteruolo” o al più semplice “chiodo” di una donna, che volle affidare ai posteri i suoi sentimenti.

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