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Intervenendo da remoto alla 76 sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente dell’Anp Abu Mazen venerdì scorso ha intimato: «Israele ha un anno di tempo per ritirarsi dai Territori palestinesi occupati nel 1967», minacciando di rivolgersi alla Corte penale internazionale e di revocare il riconoscimento di Israele da parte dell’Olp avvenuto dopo la firma degli Accordi di Oslo. L’occupazione israeliana «impedisce il raggiungimento di una soluzione a due Stati», ha spiegato Abu Mazen aggiungendo che, se non ci saranno cambiamenti, la comunità internazionale e le circostanze sul campo «imporranno diritti politici uguali per tutti sulla terra della Palestina storica, all’interno di un unico Stato». Quindi si è detto pronto a negoziare, durante i prossimi 12 mesi e sulla base delle risoluzioni internazionali, i confini dello Stato palestinese che dovrà sorgere accanto a Israele.

A riaprire la questione è stato il recente esplodere del conflitto tra ebrei e arabi a Gerusalemme e in Cisgiordania e lo scambio ineguale di bombe e missili tra Israele e Gaza. In questo contesto l’ultimatum improbabile di Abu Mazen in realtà mette in risalto lo stallo in cui si trova il conflitto israelo-palestinese e l’incapacità della Comunità internazionale e dei principali attori politici di trovare uno sbocco alla crisi dopo la drammatica esplosione degli undici giorni di guerra asimmetrica a maggio.

In realtà quell’esplosione di violenza, come mette bene in evidenza il n. 5/2021 di Limes, dedicato alla “questione israeliana” dimostra che il conflitto non può ritenersi risolto congelando – com’è avvenuto nei fatti – la questione palestinese e che allo stato non c’è alcuna soluzione all’orizzonte.

Non c’è più la soluzione due popoli- due Stati, che Israele ha definitivamente sepolto, assieme agli accordi di pace di Oslo, con la legge 19 luglio 2.018 che riconosce valore costituzionale (art. 7) agli insediamenti nei territori occupati della Cisgiordania “lo Stato considera lo sviluppo di insediamenti ebraici come valore nazionale e agirà per incoraggiarne e promuoverne l’insediamento ed il con solidamento.”

Ancor meno ipotizzabile è la soluzione di uno Stato laico nel quale siano assicurati a tutti uguali diritti politici perché Israele, sempre con la stessa legge, ha blindato la sua identità come Stato etnico-religioso, stabilendo che: “il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato d’Israele è esclusivamente per il popolo ebraico.”

La rivista Limes apre una finestra sulle contraddizioni intrinseche alla non società israeliana, richiamando un discorso di autocoscienza dell’ex Presidente della Repubblica, Reuven Rivlin, tenuto il 7 giugno 2015. La tesi è che Israele è diventato un paese di minoranze profondamente diverse, che Rivlin chiama tribù, articolate in 38% ebrei secolari (laici), 15% ebrei nazional religiosi, un quarto arabi e quasi un quarto haredim (ebrei ultraortodossi). L’istruzione separata ne consolida l’identità poiché i bambini di ogni tribù frequentano scuole differenti. “In Israele i sistemi di base che formano le persone sono tribali e separati e con ogni probabilità lo rimarranno (..) Parliamo di un divario d’identità culturale e religiosa fra gli elementi centrali di ogni campo che ha talvolta la dimensione di un abisso.” Osserva Lucio Caracciolo: “Quattro pedagogie tribali producono quattro sub nazioni. Le forze armate di due tribù non fanno l’esercito di uno Stato, ma di una sua metà.” Secondo la rivista questo problema, per cui “in discussione è la ragione statuale di Israele” non ha soluzione, o una soluzione solo provvisoria, anche se di un “eterno provvisorio”, come sarebbe proprio di Israele. Ma si può lasciare senza soluzione un problema di questa portata?

Raniero La Valle osserva che non si possono escludere le componenti religiose dalla ricerca di una soluzione politica della questione israeliana e palestinese

“tacere della religione vuol dire ignorare la natura teologica – per non dire teocratica – dello Stato di Israele, la sua rivendicata derivazione biblica, la legittimazione sacrale del possesso esclusivo della terra, l’imputazione alla volontà divina del rapporto di inimicizia con gli altri popoli; ma vuol dire anche ignorare le motivazioni assolutistiche del “rifiuto arabo” e l’onda lunga che dalla cosiddetta “guerra santa” o jihad islamica giunge fino al terrorismo. (..) Questa rimozione di elementi determinanti del problema rende inappellabile la sentenza di “Limes” che in termini di razionalità geopolitica non intravede soluzioni e dichiara impossibile, se non in un provvisorio che magari può essere eterno, la convivenza tra israeliani e palestinesi nello Stato ebraico e più in generale tra le quattro tribù che lo abitano. Secondo La Valle per la soluzione del conflitto è imprescindibile una autoriforma dei fattori religiosi, com’è avvenuto per la Chiesa cattolica sotto la guida innovatrice di Papa Francesco: “crediamo all’umanesimo delle religioni e alla loro capacità di aggiornare il loro messaggio per fedeltà alle loro stesse premesse.  C’è uno stereotipo che fa delle fedi religiose il regno dell’immutabile ma, come dice l’esperienza, esse sono in grado di cambiare sè stesse per rispondere a problemi nuovi.”

Abbracciamo questo messaggio di speranza per rischiarare le tenebre in cui siamo immersi.

di Domenico Gallo

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