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Legge 66 e Alberta De Simone: al Quirinale la coscienza civile della Repubblica

Stamattina nella solennità carica silenzio di storia del Palazzo del Quirinale, l’incontro tra il Presidente Sergio Mattarella e le parlamentari protagoniste della legge n. 66 del 1996 si è offerto non come semplice commemorazione, ma come atto di riflessione sul senso stesso della politica e del diritto nella Repubblica.

Ogni grande legge è, prima ancora che un dispositivo normativo, una presa di posizione sulla natura dell’umano. La riforma del 1996 ha segnato il passaggio da una concezione che inscriveva la violenza sessuale nell’ordine della morale pubblica a una visione che la riconosce come offesa radicale alla persona. In questo slittamento si condensa il mutamento etico: il corpo non è più oggetto di tutela indiretta, ma luogo originario della libertà. La persona, finalmente, diventa fine e non mezzo.

È in questo orizzonte che la figura dell’onorevole Alberta De Simone assume un rilievo che va oltre la cronaca parlamentare. La sua guida della delegazione non è soltanto un gesto rappresentativo, ma il segno di una continuità etica. Ella incarna una stagione della politica, in cui la decisione legislativa si nutriva di un rapporto vivo con la realtà sociale, con il dolore e con la domanda di giustizia che da essa emergeva. Non vi è autentica politica senza questa capacità di ascolto trasformativo.

Accanto a lei, le presenze di Valentina Aprea, Anna Finocchiaro, Maria Rita Lorenzetti, Alessandra Mussolini, Stefania Prestigiacomo, Livia Turco e Sonia Viale restituiscono l’immagine di una pluralità che non si dissolve nel conflitto, ma trova un punto di convergenza nell’essenziale. Qui si manifesta una delle forme più alte della politica: quella che, senza negare le differenze, le orienta verso un bene comune riconosciuto come indisponibile.

La legge del 1996, in questa prospettiva, appare come un atto di sovranità morale, prima ancora che giuridica. Essa afferma che vi sono ambiti nei quali lo Stato non si limita a regolare, ma prende posizione, riconoscendo un limite invalicabile: la dignità della persona. È questo il nucleo fondante della norma, ed è ciò che ne garantisce la perdurante attualità.

Il ritorno di queste protagoniste al Quirinale, a trent’anni di distanza, apre inevitabilmente una domanda sul presente. Che cosa resta oggi di quella capacità di visione? In che misura la politica contemporanea è ancora in grado di produrre atti che non siano soltanto risposte contingenti, ma affermazioni di principio? La memoria, se vuole essere viva, non può sottrarsi a questa interrogazione.

In questo senso, il gesto del Presidente Mattarella assume un valore che eccede il piano istituzionale. È un invito a ripensare il rapporto tra legge e giustizia, tra potere e responsabilità. E, soprattutto, è un richiamo alla dimensione etica della rappresentanza: quella per cui il legislatore non è mero interprete di interessi, ma custode di valori che fondano la convivenza.

La figura di Alberta De Simone, posta al centro di questa rievocazione, diventa allora simbolo di una possibilità: quella di una politica che non rinuncia alla profondità, che non teme la complessità, che sa riconoscere nella dignità umana il proprio principio. La sua leadership, oggi richiamata con sobrietà ma anche con grande rispetto, testimonia come le istituzioni possano essere attraversate da una visione capace di coniugare rigore legislativo e profonda umanità.

Così, l’incontro al Quirinale si configura come un momento di autocoscienza della Repubblica. Non celebrazione di ciò che è stato, ma interrogazione su ciò che deve continuare a essere. Perché vi sono leggi che appartengono al tempo, e altre che, come quella del 1996, appartengono alla coscienza. E queste ultime esigono, sempre, di essere nuovamente comprese, difese e, soprattutto, incarnate.

Nel segno di questa eredità, la Repubblica è chiamata a non smarrire il primato della persona sulla norma e della dignità su ogni forma di potere: perché, come ammoniva Pietro Calamandrei, «la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare».

Rosa Bianco

 

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