di Vera Mocella
Marcinelle come immagine – simbolo dell’emigrazione che ci attraversa tutti, che attraversa la nostra storia, perché il sentirsi sradicati, trapiantati in un luogo diverso, in un posto diverso è innanzitutto uno stato d’animo, prima che essere un’esperienza. Così, l’ultima fatica di Tony Ricciardi, studioso e meridionalista, , “Una Repubblica fondata sull’emigrazione – Marcinelle: storia e simbolo”, potremmo dire che affonda le proprie radici anche in un immaginario collettivo, oltre che nella storia del nostro popolo, nella tragedia universale di chi attraversa fatica e stenti, alla ricerca di una vita migliore, e viene travolto da una tragedia. «Il 2 giugno 1946, le italiane e gli italiani scelsero per la prima volta la Repubblica. Pochi giorni dopo, il 23 giugno, le classi dirigenti fondarono quella Repubblica anche sulla necessità di utilizzare l’emigrazione come strumento economico. L’8 agosto 1956, l’Italia pagò il prezzo di quella scelta con la tragedia di Marcinelle – afferma Ricciardi – ricordare oggi quei 262 minatori morti nella miniera del Bois du Cazier, di cui 136 italiani, significa riconoscere una pagina fondamentale della nostra storia: quella di milioni di italiani costretti a partire in cerca di lavoro e dignità. L’accordo carbone-minatori con il Belgio rappresentò una delle prime forme di emigrazione assistita del dopoguerra, ma anche il simbolo di una scelta politica ed economica che ha segnato profondamente il nostro Paese. Marcinelle non è soltanto una tragedia del lavoro: è una pagina della storia della Repubblica, che ci ricorda il valore del sacrificio dei nostri emigranti e la responsabilità delle istituzioni nel garantire sempre sicurezza, diritti e dignità a chi lavora». Non fa sconti di sorta, lo studioso irpino, per raccontare una pagina drammatica della nostra storia. Per parlare di emigrazione c’è bisogno, secondo Ricciardi, di un confronto con le origini del fenomeno. «E’ a partire dalla nascita della Repubblica, che si comincia a parlare del tema della migrazione – ribadisce – questo fenomeno viene affrontato, per la prima volta, dai Padri Costituenti con l’articolo 35, in un’ottica in cui si vedeva la migrazione degli italiani, come merce di scambio per materie prime, come il carbone. Si finiva con lo barattare i migranti in cambio di condizioni favorevoli per l’economia del Paese. In questo contesto, si inserisce la strage di Marcinelle, che rappresenta un primo bivio importante nella storia dell’emigrazione. Ci avviciniamo alle prossime campagne politiche, un tema che sarà determinante, in questo contesto, sarà quello dell’identità, si tratterà di definire l’identità degli italiani. La paura dei migranti sarà un tema discusso non sempre con strumenti adeguati. Anche oggi cerchiamo di inquadrare la questione in un’ottica distorta, troppo spesso usiamo il tema migranti come spauracchio, come strumento per nascondersi dietro la paura, ma gli italiani che vanno all’estero, sono in numero maggiore rispetto a quelli che entrano, se parliamo di remigrazione, anche gli italiani che vanno all’estero, saranno rimandati indietro?».
La malattia ci costringe a confrontarci con i nostri limiti, con le nostre fragilità, con la nostra umanità. E’ questo il momento per fermare il tempo e per mettere a nudo la nostra anima. In questo tempo dominato dall’efficientismo a tutti i costi, dall’incalzante ritmo della produttività, la malattia ci costringe a guardare in faccia la nostra finitudine. Da questo leit motiv, nasce l’ultimo libro di Concita De Gregorio, “La Cura “, in cui la giornalista si svela nella pienezza della sua umanità. Impossibile non riagganciarsi alla canzone di Battiato dal titolo omonimo, in cui la cura è connessione profonda con il nostro essere più profondo, con la nostra essenza anche divina. «Quando mi sono ammalata, ho rallentato ed ho visto le cose in maniera diversa, ho visto le cose che prima non vedevo – ha affermato – le persone fragili fanno paura, perché sono lo specchio delle nostre fragilità. Chi ha una malattia non è un combattente – ha ribadito – questa retorica presuppone, infatti, che chi soccombe sia colpevole». La cura, frutto di un’esperienza biografica, la lotta contro un tumore, è anche una intensa riflessione sul linguaggio che utilizziamo quando qualcuno si ammala. «La battaglia non la fa il singolo – ha ribadito – la guerra è quella che fa la ricerca, più che usare un lessico militare per raccontare il singolo, sono necessari investimenti nella ricerca, per far capire che la malattia caratterizza il tuo corpo, tu sei il tuo corpo e devi attraversarla, quando si è ammalati la vita rallenta e questo consente di vedere cose in maniera diversa, di ritrovarsi accanto persone che non si pensava di avere al proprio fianco e di non vedere più persone che erano parte del nostro quotidiano. La malattia marca la distanza tra una persona e la sua funzione, dobbiamo a Tina Anselmi un servizio sanitario nazionale, dobbiamo tanto al lavoro di donne, ritengo che tutti dovremmo essere femministi.»
Momento clou quello con Roberto Saviano, con il suo libro – denuncia “Gomorra”, che è diventato quasi uno slogan, nel corso degli anni. Come si legge nella prefazione del testo: « Gomorra non è solo una storia, è un terremoto culturale, sociale, civile, che ha svelato una realtà criminale, diventata potentissima nel silenzio, e ha cambiato per sempre la vita di Roberto Saviano. Uscito nel 2006, e diventato subito un best seller unico e irripetibile, tradotto in più di cinquanta Paesi, Gomorra racconta in una forma mai usata da nessuno la camorra (o il «Sistema» per gli affiliati): da un lato un’organizzazione imprenditoriale con ramificazioni in tutto il mondo e una zona d’ombra sempre più vasta in cui è difficile capire quanta ricchezza sia prodotto del sangue e quanta di semplici operazioni finanziarie; dall’altro, un fenomeno criminale, i cui capi, crudeli e miliardari, perversi e poeti al tempo stesso, sono molto lontani dall’idea tradizionale del camorrista ignorante e folkloristico. Per rappresentare questo regno del crimine in un quadro esaustivo di straordinaria potenza letteraria, Roberto Saviano ha fatto ricerche sul campo, impregnandosi della sporcizia della camorra napoletana, ha raccolto testimonianze, ha fornito cifre, ha contrastato il silenzio con il potere della parola, ha messo la sua scrittura affilata e precisa a servizio di una ricostruzione che ha mostrato immediatamente la sua forza dirompente, e il risultato è un libro appassionato e spietato, oggettivo e visionario, che trascina il lettore in un abisso che non lascia scampo.» Saviano ha presentato Gomorra venti anni dopo, con una nuova edizione e un ripensamento della storia di questo libro. A 24 anni, era un allievo del professore Francesco Barbagallo, studioso di respiro internazionale. « Devo molto agli studi con Barbagallo – ha affermato – ero uno studente universitario affascinato dallo studio sistemico di questo professore e dalla prosa di Truman Capote e di Corrado Staiano. Come afferma Staiano, nella scrittura bisogna avere il rigore del saggio, la piacevolezza della letteratura e la verità della poesia, ma questi erano studi di nicchia, mentre io volevo conquistare un pubblico più vasto, con una narrazione accessibile a tutti. Inoltre, erano gli anni in cui si parlava tanto della mafia siciliana e poco della camorra. All’inizio Gomorra era stato pubblicato in poche copie, devo tutto al passaparola, il libro divenne popolare all’interno della carceri e così, mi sono ritrovato ad avere la vita cambiata, a vivere sotto protezione. La critica che spesso mi viene rivolta è che consegno un’immagine negativa di Napoli, ma nel testo “la letteratura e il male” di Bataille, l’autore ci dice che il compito della letteratura è anche quello di raccontare il male. Non ho creato il male, quando dicono che è successa una cosa come in Gomorra, significa che Gomorra serve a riconoscere le cose, ma non crea quel male». Lo scrittore, infine, ha confessato che a volte ripensa al se stesso di venti anni fa, e si è domandato se la sua sia stata la scelta giusta. « Un soldato prima di andare al fronte pensa che le opzioni saranno due – ha ribadito – o muore o riesce a sopravvivere, le opzioni sono tre, rimane ferito, io ero come quel soldato che non immaginava di poter restare ferito».




