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L’ultimo capitolo della telenovela politica iniziata il 4 marzo 2018 potrebbe essere intitolato “La resa dei conti”, tanto per dare l’idea di una trama giunta alle battute conclusive ma dal finale ancora incerto. La sorpresa che potrebbe riaprire i giochi e calamitare l’attenzione del pubblico aprendo orizzonti imprevedibili, è l’irruzione sulla scena di un protagonista che non si può certo definire nuovo, essendo stato finora il convitato di pietra di tutte le puntate della fiction, ma che improvvisamente ha deciso di cambiare d’abito e presentarsi nei panni di colui che nella tragedia greca era il “deus ex machina”, un’entità iperumana capace risolvere positivamente un intreccio narrativo destinato altrimenti ad avvitarsi su se stesso in un groviglio tragicamente inestricabile.

Il personaggio in questione è il presidente del Consiglio pro tempore, che di cognome fa Conte, di professione l’avvocato degli italiani, e che da qualche settimana in qua (diciamo dalle elezioni del 26 maggio) ha smesso di mediare fra le anime conflittuali del suo governo e ha imposto ai suoi vice di scoprire le carte per vedere chi dei due sta bluffando. Il nuovo ruolo interpretato da Giuseppe Conte ha terremotato il tavolo da gioco come se qualcuno ne avesse segato una gamba. Ora il tavolo traballa vistosamente.  Fino a ieri la partita fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini si era svolta seguendo uno schema collaudato: su ogni problema posto alla loro attenzione dal palinsesto politico-programmatico, i due vicepremier litigavano (sul serio o per finta, non importa) fin quasi alla rottura; poi si riappacificavano trovando un terreno, di accordo o di tregua, nelle pieghe del contratto di governo o, come denunciava inascoltata l’opposizione, in una convergente convenienza spartitoria. Ora non più. La pretesa di Giuseppe Conte di “vedere” le carte e il conseguente rischio di smascherare un possibile bluff, ha introdotto una variabile imprevista e potenzialmente ingovernabile. Conte stesso è ancora, rispetto ai due condomini di peso del suo governo, un outsider (a volte ricorda Ignazio Marino): non ha alle spalle né un partito né un movimento; in teoria non deve render conto a nessuno del suo operato. Non ha punti di riferimento in Parlamento, né suggeritori nei palazzi del potere. Politicamente fragile, sta facendo della sua debolezza e della sua solitudine un punto di forza, ancorandosi da una parte al Quirinale (come è naturale che sia nell’architettura istituzionale del nostro paese), dall’altra a quell’Europa dalla quale come non mai dipendono oggi i destini politici del governo italiano.

L’apertura di una procedura di infrazione per debito eccesivo, che è già nei fatti, porrebbe l’Italia sotto controllo internazionale per un lungo periodo, limitando la nostra capacità di operare sui mercati dei capitali e ponendo una severa ipoteca sui programmo economici di Cinque Stella e Lega, con riflessi immediati sul consenso politico di entrambi i partiti.

In questa situazione, cioè a un passo dal precipizio, Giuseppe Conte si è presentato come l’unica risorsa in grado tirar fuori l’Italia dai guai in cui l’hanno ficcata sei mesi di politica irresponsabile durante i quali è stato scialacquato il gruzzolo di fiducia garantito dall’ultima finanziaria (ma lui dov’era?). La sua minaccia di aprire una crisi di governo che sarà “la più trasparente della storia” ha il valore di una chiamata alla resa dei conti rivolta ai due litigiosi partner; ma va pur rilevato che per lanciare il suo ultimatum il cartaro non ha scelto l’arena parlamentare, sede della rappresentanza popolare, ma i microfoni compiacenti di Tv e giornali. Comunque sia, ora è lui a comandare il gioco. Doverosi auguri!

dii Guido Bossa

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