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L’Italia tra austerità e flessibilità

 

La parola, oggi, più usata per risolvere i problemi dell’economia è “flessibilità”. Abbiamo problemi per l’emergenza immigrazione, dobbiamo ricostruire Amatrice, rilanciare l’economia che è a crescita zero, mettere in sicurezza gli edifici pubblici e privati e realizzare il nuovo progetto “casa Italia”? Useremo maggiore flessibilità – assicura Renzi – che la Merkel ci dovrà concedere altrimenti ce la prenderemo da soli! Ma cos’è questa flessibilità? Sembra una parola magica che risolve tutti i problemi compresa la diminuzione delle tasse. Che è di nuovo rimbalzata nella strategia governativa e dei tanti analisti e commentatori politici che affollano i Talk show come volano del rilancio dell’economia. In Gabrielli, Oli e Devoto e nel dizionario Treccani di economia e finanza la parola “flessibilità” indica cedevolezza, adattabilità in economia del prezzo alla flessione della domanda ed in campo del lavoro, possibilità delle imprese di organizzare i lavoratori in mansioni e luoghi per rispondere meglio alle esigenze di mercato. In nessun vocabolario la parola flessibilità indica la possibilità di fare debiti e meno che mai di accrescere quelli che già si hanno. Flessibilità è usata, in maniera astuta, come un sinonimo di “debito” che per decenza si omette di nominare. Tutta la politica di Renzi in questi ultimi due anni è fatta utilizzando la flessibilità, cioè a debito che, non a caso continua a crescere, passando da 2.107 miliardi di euro dal febbraio 2014, quando Renzi ha assunto la Presidenza del Consiglio a 2.230 miliardi ad aprile 2016, (+123,20 miliardi) e continua a crescere raggiungendo il 134% del Pil, (ammontare della ricchezza prodotta). In Germania non arriva all’80%. Abbiamo il più grosso debito pubblico dell’Europa e fra i più alti del mondo, con l’aggravante che cresciamo meno e che l’economia è ferma da otto anni. Eppure ci siamo impegnati a farlo a partire dal 2012 per 50 miliardi all’anno. Pensiamo, invece, di farne altri come quella famiglia, che indebitata fino al collo, pensa a farne altri per mantenere il suo modo di vivere, ben sapendo di non poterselo permettere e trasmettendo ai figli l’onere di farvi fronte. Con una differenza: che i figli possono accettare l’eredità con il beneficio dell’inventario, cioè senza accollarsi i debiti, noi no. L’Europa e gli economisti accorti invitano da tempo l’Italia a praticare una politica di austerità: cioè restrittiva, di rigore, fatta di tagli alla spesa pubblica finalizzati alla riduzione del debito pubblico. Questa politica avrebbe comportato sacrifici, scelte dolorose e non avrebbe pagato elettoralmente e Renzi, che era andato al Governo- scalzando Letta – con l’obbiettivo di cambiare radicalmente i “vecchi metodi” e rottamare quelli che avevano fatto danni, ci ha ripensato anche se continua a fare promesse, propaganda e slide non parlando mai il linguaggio della verità che dovrebbe essere la dote più preziosa in uno che si considera statista. Dopo Monti e la Fornero sono arrivate le promesse di Renzi, le illusioni, le speranze e le false riforme (come quella costituzionale) che non incidono di una virgola sull’andamento dell’economia. Tolta di mezzo, invece, la spending revue che fa perdere voti e avanti con l’abolizione dell’Imu a tutti (anche a coloro che possono pagarla e agli immobili della Chiesa), l’erogazione degli 80 euro i finanziamenti a pioggia a tutti, magari attingendo da quelli destinati alla ricerca ed alla scuola. No alle riforme che toccano i nodi strutturali che bloccano la concorrenza nel pubblico e nel privato, la lotta agli sprechi; no all’abolizione degli Enti inutili, improduttivi e scandalosi; no abolizione degli ordini professionali e alla loro protezione corporativa contro i giovani; protezione dei poteri forti, dei privilegi e delle rendite. In Italia non vi potrà mai essere adeguata crescita economica senza investimenti e quelli pubblici non si possono fare per mancanza di fondi e quelli privati non arrivano per la sfiducia dei mercati per la corruzione esistente, la burocrazia famelica, le mille leggi e la lunghezza dei processi del lavoro. Una vera riforma della giustizia non si può fare senza mettere fuori mercato i due terzi degli avvocati, che sono in soprannumero rispetto al bisogno, né pagare bene gli insegnanti che sono il doppio di quanti ne occorrerebbero, né far cambiare mestiere ai tanti faccendieri (di ogni tipo: pubblici e privati) che campano sulle spalle del contribuente. La forza del governo, che lo sa e la usa spregiudicatamente, sta nel fatto che l’Europa non può permettersi l’uscita dell’Italia dopo quella della Gran Bretagna. Il sostegno a Renzi è obbligatorio, e gli sarà data ulteriore possibilità di fare debiti perché, nei fatti, esegue fedelmente le direttive europee e dei poteri forti. Il resto è propaganda alla grande!
edito dal Quotidiano del Sud

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