di Anna Bembo
Cosa si cela davvero dietro un accordo di pace? Nessuna condizione? Nessun compromesso? Come ci si arriva?
Ieri i telegiornali e i quotidiani di tutto il mondo hanno annunciato la firma dell’accordo di pace tra Palestina e Israele, mostrando immagini di palestinesi che festeggiano tra le macerie, sventolando bandiere e gridando alla fine di due anni di disperazione e sofferenza.
Eppure, di questo accordo si sa ancora molto poco.
Dopo giorni di consultazioni a Sharm el-Sheikh, in Egitto – uno dei Paesi mediatori insieme a Qatar, Turchia e Stati Uniti – l’intesa è stata raggiunta. Il patto prevede il rilascio da parte di Hamas di circa venti ostaggi ancora in vita (e ventotto deceduti), in cambio della liberazione di duemila detenuti dalle carceri israeliane, di cui 1700 catturati dopo l’attacco del 7 ottobre 2023. Questa prima fase dovrebbe avvenire entro 72 ore dalla firma, per poi passare agli step successivi. L’accordo include anche l’ingresso di aiuti umanitari per la popolazione civile.
Le perplessità, però, non mancano.
La prima riguarda Hamas, che sta per perdere la sua unica leva politica: gli ostaggi ancora in mano. Il movimento islamista confida che Israele rispetti i patti, ritirando le proprie truppe dietro una linea che dovrebbe delimitare una “zona cuscinetto” — ma Israele non sempre, in passato, ha mantenuto tali impegni.
La seconda ombra riguarda le parole del premier Netanyahu: nel suo discorso trionfale sull’accordo, non ha mai menzionato il ritiro delle forze militari israeliane.
Come osserva il giornalista Alessandro Masala, caporedattore di Breaking Italy (noto canale di informazione social), “il tema è così politicizzato che, se gli accordi dovessero andare in porto nonostante tutte le difficoltà, una parte consistente dell’opinione pubblica non li accetterà comunque. Gli accordi presuppongono un compromesso, e nei temi polarizzanti non c’è spazio per il compromesso — soprattutto per chi non deve prendere decisioni. Certo è che, se questa intesa dovesse andare in porto, sarebbe una medaglia che Trump si appunterebbe volentieri al petto”.
Durante un recente meeting alla Casa Bianca, a cui Trump ha partecipato insieme a vari influencer conservatori per discutere di Antifa, un dettaglio curioso ha attirato l’attenzione dei media. Una foto mostra un biglietto scritto a mano da Marco Rubio, segretario di Stato, passato al presidente mentre questi non stava parlando. Trump impiega qualche secondo a reagire, poi Rubio gli si avvicina e gli sussurra qualcosa all’orecchio. La frase sul biglietto, “very close”, rispondeva a una domanda che Trump gli aveva posto poco prima: aggiornamenti sull’accordo tra Israele e Hamas.
Il biglietto conteneva anche una richiesta d’approvazione per un post da pubblicare su Truth, social personale del presidente, affinché fosse lui a dare per primo la notizia.
Ignaro del fatto che il biglietto fosse stato fotografato, Trump si è rivolto ai giornalisti annunciando che “la pace è vicina” e che avrebbe dovuto assentarsi “per risolvere alcune questioni in Medio Oriente”. In realtà, tutto era già stato concordato: mancava solo il via libera al post del social media manager. Il tema, più che la pace in sé, sembrava dunque la spettacolarizzazione della pace.
Ora non resta che sperare nella buona riuscita di questo fragile equilibrio. Forse, nonostante lo scetticismo, si potrebbe davvero arrivare alla nascita di una piena entità politica palestinese, e magari, un giorno, di uno Stato autonomo.
Sarebbe un evento storico. Ma è chiaro che Trump non aspetta altro, lo stesso vale per il Nobel per la pace.
Del resto, a Trump importa soprattutto di Trump. Il suo presunto impegno per la pace mondiale appare quantomeno discutibile. E, come dimostra la vicenda del biglietto fotografato, dietro questa mossa si cela un intero ufficio di comunicazione, più attento alla narrazione che alla sostanza.
A questo punto, una domanda sorge spontanea:
se basta orchestrare bene la messa in scena, allora chiunque abbia preso nove a un saggio breve al liceo può aspirare al Premio Nobel per la Letteratura?


