“Mi ha sempre guidato la curiosità per le storie, storie attraverso le quali raccontare la propria visione del mondo. Nasce così ‘Lupo giù per terra’. Volevo che fosse un romanzo di formazione, che raccontasse il percorso attraverso il quale si comprende cosa fare della propria vita ma che affrontasse anche il tema della diversità, per scoprire come ciascuno fa i conti con il proprio sentirsi lontano dalla norma”. Spiega così Barbara d’Acierno, cinquantenne avellinese, il suo primo romanzo pubblicato da Bompiani: “La protagonista Francesca nasce nel 1973 in un paesino di montagna dell’Alta Irpinia, mentre infuria una nevicata che pochi dimenticheranno. Affetta da irsutismo, cresce protetta dalla fortezza rappresentata dalla madre Raffaella, che arriva ad eliminare gli specchi dalla casa perché sua figlia non si accorga del suo essere così diversa dal fratello Vincenzino, bello, biondo e perfetto. Quando, dopo il terremoto del 1980, che accompagna Francesca negli ultimi giorni spensierati in cima alla collina, comincerà frequentare la scuola, in una vecchia canonica, toccherà con mano la crudeltà dei compagni che non perdono occasione per prenderla in giro, per quei peli che le ricoprono il corpo. Come quando intonano ‘Lupo giù per terra’, una canzoncina per farsi beffa di lei, facendo a gara per farla cadere. Tutto cambierà quando arriverà a Roma al Pigneto, l’ex quartiere industriale che negli anni ha accolto rifugiati politici, immigrati, studenti e si confronterà con una miriade di personaggi, anche loro ugualmente ‘diversi’, dalla lesbica attivista per i diritti lgbtq+, alla donna che ha scelto di sposare uno straniero, da Marta che non si riconosce nel corpo di donna a Matteo che ha perso il fratello a causa dell’eroina, fino a Livia che deve fare i conti con l’anoressia”.
Spiega come “Mi piaceva che la storia fosse ambientata negli anni ’90, quella che è stata un’altra stagione di occasioni mancate, quando ancora pensavamo di poter cambiare la realtà. Sono gli anni del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, della crisi di partiti come Dc e Psi, del vuoto politico che favorisce la nascita di Forza Italia e l’ascesa di Silvio Berlusconi. Ma sono anche gli anni in cui i giovani tornano a manifestare per le strade, sono studenti, operai, attivisti. Non è un caso che il primo Pride avvenga nel giugno del 1994. Eppure quegli stessi giovani saranno duramente zittiti a Genova e quel fermento, un po’ alla volta, si spegnerà. Oggi, dopo tanto silenzio, sono i ventenni a consegnare segnali importanti di una più forte coscienza politica”. E spiega “Volevo scrivere una storia per ricordare come tutti abbiamo il diritto di essere noi stessi ed essere felici in questa vita”. Una storia, quella di Barbara, che assomiglia molto a quella di un romanzo, laurea in Scienze politiche all’Università di Siena e poi in cinema al Dams di Roma, il lavoro per venti anni nel settore del marketing con il gruppo Poste, poi la scelta di cambiare vita nei mesi del Covid, trasferendosi sull’isola di Ischia e poi alla Canarie, per poi iscriversi alla Scuola Holden di Torino. “Oggi mi divido tra Lanzarote, il Veneto dove vive mia moglie e l’Irpinia, dove vivono i miei genitori. La scrittura – spiega – è una libertà che non mi ero mai concessa perché la nostra generazione ha sempre creduto che potesse rappresentare solo un hobby, che non si potesse vivere di letteratura, che ci fosse un’unica strada da seguire, quella dello studio e del lavoro prima di farsi una famiglia. Scrivere è per me un’urgenza, non ne potrei più fare a meno”. Chiarisce che “La scuola Holden è stata importantissima perché mi ha consentito di conoscere mia moglie ma ciò che conta è scrivere ogni giorno per trovare la propria voce”.
Ribadisce come “Il libro ha due grandi protagonisti, anche se non sono mai nominati, l’Irpinia e quella periferia della capitale che è Roma Est. Le pagine ambientate in Irpinia sono scritte in terza persona al passato e raccontano i primi venti anni della vita di Francesca, con il suo arrivo a Roma, la protagonista prenderà coscienza di sè e sarà la voce narrativa a cambiare, con la scelta della prima persona. E’ come se finalmente Francesca potesse prendere in mano le redini della propria vita e comprendere che tipo di persona vuole essere, alla ricerca della sua libertà. Capisce che può essere sé stessa, che questa è l’unica soluzione possibile e deve semplicemente vivere la propria vita al meglio. Qui scoprirà cosa vuol dire amicizia, darà il suo primo bacio, imparerà a fare i conti con la fortezza costruita dalla madre, permettendo che le persone amate diventino parte della sua quotidianità, rinunciando alla sua invisibilità che pure le aveva consentito di sopravvivere alla crudeltà dei compagni di scuola”.
Barbara sottolinea come “Non ci viene mai detto il paese in cui nasce la piccola, leggiamo semplicemente una casa gialla in cima alla collina sulla cascata della lavandaia ma non è difficile riconoscere l’ambientazione. Dal terremoto del 1980 ai riferimenti a Marzullo, l’Irpinia appare come una terra romantica, dei vecchi valori della famiglia, è il luogo delle fate, che protegge ma, non consente di essere sé stessi. Un luogo in cui sarà possibile tornare solo dopo aver fatto i conti con sé stessi, pochè come scrivo nella citazione ad esergo, ci vuole coraggio per tornare. Poiché questo romanzo è anche una fiaba con tanto di lupo, specchi, riti di passaggio e fate madrine che accompagnano l’eroina nel suo percorso. E così non è un caso che a chiudere la narrazione sia il rito dionisiaco del corteo finale, con il primo pride nazionale tra le strade di Roma”. Anche se, ammette l’autrice, “Oggi abbiamo fatto finta di sdoganare ciò che è diversità, ne parliamo come di un fenomeno di costume ma facciamo ancora fatica a renderla parte della quotidianità. La nostra società continua ad essere poco inclusiva”.
Il libro sarà presentato l’8 maggio, alle 18, alla libreria Mondadori di Avellino, Modera la giornalista Maria Fioretti.



