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Alla fine, all’insegna della più bieca realpolitik, i votanti M5S (grazie all’aiutino di un quesito formulato in maniera tendenziosa e ai diffusi timori della caduta del governo in caso di processo) hanno deciso di abiurare a uno dei sacri principi del Movimento: quello di non sottrarrre nessun politico al giudizio. E perciò di salvare l’esecutivo (ma fino a quando?) e il soldato Matteo (ma a che prezzo?). Vittoria non trionfale, oscurata da veri o presunti black-out. Tra disguidi e voti plurimi. E quindi ben lontana dai propositi della dirigenza di mettere a tacere gli scontenti interni. D’altra parte, era fin troppo facile prevedere che, presto o tardi, il M5S sarebbe stato costretto ad affrontare la questione della sua natura. Della sua organizzazione interna. Delle sue strutture di vertice. Insomma, di tutti quei fattori che, insieme all’identità e alla leadership, sono fondamentali per l’affermazione nell’agone politico. Il M5S li aveva colpevolmente trascurati, sicuro che i successi elettorali avrebbero fatto premio su tutto.

Il Movimento è chiamato ora a scegliere tra essere partito o movimento. E non nel periodo della sua formidabile ascesa, quando sarebbe stato molto più facile affrontarlo; ma dopo la secca sconfitta alle regionali abruzzesi. Con sondaggi che denunziano la sua grave perdita di consensi e le crescenti divisioni. Di Maio ha ipotizzato una forza politica più strutturata. Con organi rappresentativi collegiali. Però la annunciata trasformazone non sfugge al sospetto di essere voluta dal vice-premier per uscire dalla scomoda posizione di responsabile di tutte le sconfitte. Dovrà comunque fare i conti con i mugugni dell’ala più movimentista e della prima ora della creatura grillina. Ed è stata causa di dure tensioni con Casaleggio jr. Critico verso le “aperture” partitiche. Ma criticato a sua volta per il suo ruolo bifronte di regista e di consulente.

Tra le cose presentate come novità, ma in effetti vecchie come il cucco, c’è una sorta di comitato o di direzione, articolata per settori di competenza, che dovrebbe coadiuvare il leader. Con analoghe ricadute ai diversi livelli territoriali. Una struttura ampiamente ricalcata su quelle dei tradizionali partiti. Certo, l’organizzazione per settori può facilitare il lavoro di raccordo tematico e territoriale del M5S, apparso finora come uno dei punti deboli del M5S. Però, se alla fine non c’è chiarezza su chi decide cosa, e soprattutto sui poteri degli organismi collegiali, difficile pensare che il M5S possa superare le sue contraddizioni. Dopo il rapido tramonto del mai davvero decollato Direttorio, l’aver accentrato tutto nella figura del “capo politico” si è dimostrato un errore. Non è servito a stimolare e ad allargare la partecipazione, né della base elettorale né di quella parlamentare. Ha alterato il corretto rapporto tra l’esecutivo e il legislativo. Ha accresciuto l’invadenza del governo a spese del ruolo dei parlamentari, costretti a ratificare provvedimenti già confezionati. Spesso senza alcuna possibilità di modifica. Talora addirittura senza discussione, come per la legge di bilancio. L’assenza di strutture decisionali collegiali ha portato a far diventare, nel tempo, il capo politico l’unico bersaglio di tutte le tensioni e le insoddisfazioni che circondano il Movimento. E oggi sono in molti, anche vicini a lui, gli esponenti che chiedono al vice-premier di lasciare qualcuno degli incarichi ricoperti. Non è un caso che alcune delle proposte – abbastanza in controtendenza rispetto alle posizioni tradizionali del M5S – riguardino le candidature alle europee, che scaturiranno – salvo pochi designati – da consultazioni on-line. Riscoperte non a caso, per scrollarsi di dosso le responsabilità più rognose, anche per il caso Salvini-Diciotti. Infine, l’allentamento della regola dei due mandati, quando uno è stato negli enti locali e le possibili alleanze con liste civiche sono un tentativo di riallacciare rapporti con le basi territoriali.

Tuttavia, l’impressione è che il M5S si trovi – e si troverà – sempre più in mezzo ad un guado non facile da superare. Perciò questa sua settimana di passione sarà probabilmente l’unica, nella storia, a non essere seguita da una resurrezione !

di Erio Matteo

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