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Forse, e senza forse, è giunta l’ora di smetterla con la rituale lamentela di un’Europa lontana dal Sud. Forse, se si dà le parola alle cifre si scopre che la realtà è diversa. Tanto diversa da proporre un serio dubbio. Il Mezzogiorno è in grado di dialogare con Bruxelles sul piano dello sviluppo, oltre la stessa emergenza dei migranti? Se il dato di riferimento è il “tesoretto” che Bruxelles ha messo a disposizione delle regioni meridionali per la programmazione dal 2014 al 2020, la risposta non può che non riservare grande stupore. Detto in soldoni: a due anni e mezzo dal termine ultimo per l’utilizzazione dei fondi europei ammontanti a 76 miliardi di euro sono stati spesi solo poco più di sei miliardi, con una percentuale che si aggira intorno al 9 per cento. E poiché il tempo che si ha davanti è abbastanza limitato, il rischio cogente è che le risorse non utilizzate ritornino nella casse del Bruxelles, per essere redistribuite fra gli altri paesi europei. In realtà, quello che sembra uno scandalo a tinte fosche, non è affatto una novità, ma perdura da anni. Per le passate programmazioni dei fondi europei, infatti, giunti alla scadenza del termine ultimo per la loro utilizzazione, alcuni Governatori delle regioni meridionali hanno agito con il criterio della cosiddetta accelerazione della spesa. In questo caso, pur di non restituire le somme a Bruxelles, sono stati finanziati progetti di dubbio valore sociale, con sprechi e distrazioni clientelari, spesso in prossimità di turni elettorali. Da che cosa nasce questa discrasia che finisce per penalizzare le aree più deboli del Paese, in particolare le regioni del Sud? Molte sono le responsabilità. Certamente, fra le maggiori, c’è la scarsa qualità della classe dirigente meridionale, incapace di produrre progetti credibili e finanziabili. Questi ritardi spesso sono riconducibili ad un apparato burocratico non adeguato alla modernità dei tempi, incapace di cogliere la grande sfida dello sviluppo.
C’è da considerare, inoltre, che non sono rari i casi di distrazione dei fondi europei da parte della criminalità organizzata che, specie nel Sud, ha profonde radici. Dato che si evince anche dalle tante inchieste della magistratura sull’uso distorto e truffaldino delle risorse europee. Non ultimo, infine, è l’assenza di una capillare capacità di informazione dei bandi europei, il più delle volte gestiti da accorsati studi professionali che lucrano sui finanziamenti ottenuti. Esaminiamo alcune cifre significative che si riferiscono ai settori interessati dai finanziamenti europei. Per lo sviluppo regionale le somme disponibili sono pari a 34 miliardi; per il sociale 17 miliardi; per l’agricoltura, 21 miliardi; per la pesca 978 milioni e, infine per la lotta alla disoccupazione giovanile 2,2. Da notare che l’Italia è il paese che ha ricevuto da Bruxelles più soldi di tutti, dopo la Polonia. Ma anche che è il paese che, dopo Malta, ha speso meno di tutti. Ancora cifre, le sole verità che hanno il diritto alla parola. La Lombardia negli ultimi tre anni ha sborsato 1003 euro a persona per riaverne 451, in Campania ogni cittadino ha versato all’Ue 454 per riaverne in cambio 840; in Sicilia 448 per riaverne 790; in Calabria 408 a fronte di 1097. Sono cifre che potrebbero, se non del tutto, almeno in parte, riequilibrare il gap Nord -Sud e segnare una svolta significativa nel dualismo italiano. E invece la cruda realtà, oltre la retorica che accompagna il sottosviluppo meridionale, chiarisce che la incapacità di spesa dei fondi europei è una delle più significative radici del male della classe dirigente meridionale. Le cifre, non smentibili, frutto dello studio della Commissione europea, inducono a riflessioni sul futuro del Sud nell’Europa. Il campo di azione riguarda la politica. Il neo ministro per il Sud, Barbara Lezzi, è partita, a mio avviso, con il piede giusto. Dopo aver ascoltato le ragioni dei ritardi per l’utilizzazione dei fondi europei dai governatori meridionali, è volata a Bruxelles per incontrare il commissario europeo per la politica regionale Corina Cretu. Dialogo franco e concreto. Con alcune richieste che, se accolte, potranno segnare un nuovo corso nel rapporto Sud ed Europa, Intanto il ministro Lezzi ha chiesto che siano allungati i tempi per consentire la spesa dei fondi europei, che l’Agenzia per la coesione, che finora non ha prodotto grandi risultati, dia maggiore impulso alla propria attività di raccordo, infine che nel decreto Dignità si ampliata la clausola secondo cui il 34 per cento di investimenti nella pubblica amministrazione sia destinata al Sud. Non è molto, ma è già un passo in avanti. Naturalmente, Lega permettendo che ha sempre guardato al sud come ad una riserva di sprechi e di malaffare.

di Gianni Festa edito dal Quotidiano del Sud

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