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Il passo falso del governo sulla questione del prezzo dei carburanti è costato al partito di Giorgia Meloni e alla stessa premier qualche decimale di consenso nei sondaggi, che restano comunque molto favorevoli sfiorando il 30%: era al 26% alle elezioni di settembre, e la leader risulta fra le donne in politica più popolari nel mondo. A consolidare il momento favorevole per la destra c’è la debolezza delle opposizioni e una congiuntura europea che favorisce lo sviluppo di alleanze fra i partiti conservatori in vista del rinnovo del parlamento di Strasburgo nel 2024. Proprio la prospettiva di questo confronto elettorale fa sì che non si prevedano scossoni in Italia per tutto l’anno appena iniziato e per la prima metà del prossimo (si vota a giugno). Anche Matteo Renzi, uno specialista in crisi di governo, ha dato appuntamento per quella data, che dovrebbe essere l’occasione per far nascere in Italia e in Europa un polo liberaldemocratico in grado di recuperare spazio fra destra e sinistra. Nell’attesa, Giorgia Meloni dovrebbe dormire sonni tranquilli, ma non è così, e diversi segnali lo stanno preannunciando. In pratica, pur restando sulla cresta dell’onda, anche l’esecutivo, e soprattutto la maggioranza che lo sostiene, si stanno esercitando nella pratica tutta italiana del farsi male da soli. Le occasioni per mettere in difficoltà l’inquilina di palazzo Chigi non sono mancate neppure nelle giornate euforiche della cattura del capomafia Matteo Messina Denaro, quando il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è reso protagonista in parlamento di forti critiche alla magistratura inquirente accusata di abusi sulle intercettazioni e di intimidazione della politica. Argomenti che suscitano eco favorevole in Forza Italia e nella Lega, mentre irritano la parte più “giustizialista” di Fratelli d’Italia. Nordio non è un ministro qualsiasi anche se è approdato da poco alla politica e forse per questo paga lo scotto di una certa ingenuità che lo potrebbe aver indotto a non misurare le parole. Un anno fa, fu il candidato non di bandiera di Giorgia Meloni per la Presidenza della Repubblica; poi, chiamato al dicastero di via Arenula si produsse in affermazioni perentorie del tipo: combatterò per le mie idee “fino alle dimissioni”. Probabilmente non siamo a questo punto, ma le sue dichiarazioni alle Camere hanno messo in imbarazzo la premier che è corsa ai ripari mobilitando i pompieri nel partito e nello stesso governo. Ma quello del Guardasigilli è solo l’ultimo incidente di percorso di questi giorni. Di un altro è stata protagonista la stessa Meloni, che ha preteso e ottenuto il cambio della guardia alla direzione generale del Tesoro, facendo di un altissimo funzionario apprezzato in Europa e che aveva servito in ben tre governi di colore diverso, il capro espiatorio della voglia della destra di cambiare faccia alla pubblica amministrazione (un fedelissimo di Meloni, Guido Crosetto, aveva detto di esser pronto ad “usare il machete” per realizzare lo spoils system). Altre grane di questo tipo si prevedono sulla riforma delle autonomie, cavallo di battaglia della Lega, che vorrebbe arrivare presto a un risultato sperando di risalire nei sondaggi, mentre Fratelli d’Italia teme di perderne al Sud. Poi ci sono le intemperanze del Presidente del Senato Ignazio La Russa che apostrofa i giornalisti con un linguaggio non consono alla seconda carica dello Stato, e i passi falsi nella scelta dei candidati alle regionali, vedi il caso Lazio che sarebbe una recidiva dopo il flop dell’aspirante sindaco di Roma battuto ignominiosamente da Roberto Gualtieri. Intendiamoci: nulla che faccia pensare a difficoltà insuperabili. Al governo Meloni non c’è, al momento, alternativa. Ma la necessità di una messa a punto della macchina e degli obiettivi sembra evidente, anche perché fra un paio di mesi il possibile peggioramento della situazione economica potrebbe aprire scenari oggi imprevedibili.

di Guido Bossa

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