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Macron: una svolta per l’Europa

 

L’elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo segna una svolta non solo nella politica francese ma anche negli equilibri europei e probabilmente nei rapporti internazionali del vecchio Continente. Soltanto un riflesso condizionato molto provinciale e poco europeo ha indotto qualcuno dalle nostre parti ad interrogarsi su chi fosse il “Macron italiano”: domanda oziosa alla quale non c’è risposta che possa prescindere dal coraggio con cui si affronta la sfida del nostro tempo. vincendo la tentazione, come sollecitava il candidato presidenziale, di proteggerci dalle trasformazioni epocali tornando indietro nel tempo e applicando le ricette del secolo scorso: protezionismo, nazionalismo, chiusura delle frontiere, rifugio nelle consolanti ideologie novecentesche. La vittoria di Macron, a metà di un ciclo elettorale cruciale per l’Europa, rassicura sulla capacità di dominare i processi di globalizzazione, di per sé inarrestabili, senza divenirne vittime, e ciò grazie all’unico strumento disponibile: la politica intesa come capacità di indirizzare lo sviluppo verso un obiettivo alto e condiviso. “I fondatori dell’Europa, scrive Macron nel suo programma presidenziale credevano che la politica avrebbe tenuto il passo dell’economia e che da un mercato unico sarebbe potuto nascere uno Stato europeo. Dopo mezzo secolo, la realtà ha dissolto quell’illusione. L’Europa politica è mancata all’appello. Non solo. Per colpa di tutti noi è ancora più debole di prima”. La risposta al fallimento degli scorsi decenni che i popoli europei stanno dando in questi mesi ha visto in Austria, Olanda e oggi in Francia, la vittoria di leader che hanno respinto le sirene del ripiegamento e della chiusura entro rassicuranti confini territoriali. Si sta delineando un blocco di Paesi del Nord e del Centro del continente che si pongono come motore e guida di una diversa concezione dell’Europa, che non rinunci al rigore del bilancio ma sia capace di metterlo al servizio dello sviluppo, con l’obiettivo, sostiene il nuovo presidente francese di “umanizzare la globalizzazione” conciliando solidarietà e responsabilità. Dopo la Francia sarà la volta della Germania, che va al voto in autunno: contemporaneamente o pochi mesi dopo, nella prima metà del 2018, le elezioni italiane concluderanno il ciclo, e l’Europa potrà ripartire su nuove basi, con un progetto, che nell’ottica di Macron prevede la realizzazione della convergenza fiscale, sociale ed energetica: un nucleo di Paesi guida con un bilancio comune, un ministro delle Finanze che definisca priorità e investimenti, un parlamento dell’Eurozona che assicuri il controllo democratico della spesa e l’allocazione delle risorse. Un arco di due anni per assumere le necessarie decisioni politiche e un decennio per realizzarle. “E’ l’impegno che intendo assumermi, in stretto rapporto con Germania e Italia in particolare”, ha detto il leader francese ancor prima di entrare all’Eliseo, ed è questa, più che la stucchevole ricerca del “Macron italiano” la sfida che abbiamo davanti. La risposta positiva della Germania non mancherà, sia che le elezioni siano vinte per la quarta volta da Angela Merkel, sia che a prevalere sia il candidato socialdemocratico Martin Schultz: a Berlino la consistenza dei partiti tradizionali assicura stabilità alle istituzioni e saldezza di direzione politica; a Parigi, il vuoto lasciato dalla crisi dei partiti è stato colmato dalla personalità di un candidato presidenziale forte, frutto della selezione di una classe dirigente amministrativa di grande tradizione. In Italia, invece alla debolezza dei partiti fa da pendant la diffidenza verso un leader autorevole per non dire forte. Il che aumenta l’incertezza sulla nostra capacità di stare al passo con il nuovo ritmo che presto sarà impresso alla politica europea.
edito dal Quotidiano del Sud

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