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I risultati delle elezioni del 19 giugno segnano, in maniera inequivocabile, l’avvio della fase declinante dell’esperimento renziano, peraltro già preannunciata anche da altri sintomi. E questo ci sembra il dato di fondo politicamente più rilevante, unitamente a quello del sempre crescente astensionismo, destinato a delegittimare il sistema. Né, del resto, ciò può stupire. In effetti, è almeno dal 2008 che i poteri dominanti in Europa, stanno sperimentando varie formule politiche e di governo. Quelle che meglio possano risultare funzionali al disegno complessivo di ristrutturazione della società in senso sinarchico per quanto riguarda la concentrazione dell’esercizio del potere e oligarchico per quanto attiene la distribuzione del reddito. La conseguenza è stata la crisi della società a tre livelli, per altro strettamente connessi: economico, culturale e antropologico. A livello educativo e culturale, ad esempio, è evidente il marcato arretramento dell’ideale democratico, a quello sociale l’aumento delle disuguaglianze, a quello politico la crisi della rappresentanza, l’astensionismo elettorale e più in generale il collasso del sistema dei partiti. D’altra parte, la dominante mentalità regressiva in economia crea a sua volta un’aspirazione profonda e permanente alla riduzione dei costi, in piena consonanza con l’ambiente neo-malthusiano di questa fase. Meno salari, meno figli, meno lavoratori, meno beni: è questa la via di salvezza. Ed ecco che gli Stati finiscono col comportarsi come le imprese: partecipano con entusiasmo alla compressione della domanda, destinata a provocare il calo dei consumi e dell’occupazione, nonché l’aumento della disoccupazione. Per far rientrare la società italiana in questo schema sono state tentate diverse vie, tutte risultate fallimentari. Dapprima il neo-libe rismo, pragmatico e confusionario, del governo Berlusconi, alla fine fatto naufragare nella tempesta artificiale dello “spred”, quando il leader, già gravemente indebolito dagli scandali, rivelò la sua incapacità a mettere in essere il Diktat europeo dell’agosto 2011, che imponeva draconiane misure recessive. Questo compito fu assunto dal governo Monti, formalmente “tecnico”, ma in realtà ultra-politico, non già nel senso partitico tradizionale, ma in quello tecnocratico e sinarchico imposto dalle oligarchie europee. Il risultato di quell’esperienza autoritaria ed extraparlamentare, oltre a produrre il disastro della crisi dell’occupazione e del cinico sacrificio dei pensionati e degli “esodati”, è stato innanzitutto quello dell’incremento esponenziale del debito pubblico, quale effetto diretto delle politiche recessive e del feroce fiscalismo, che produssero la caduta del reddito. Fallito precocemente l’esperimento Monti, anche per l’algida superbia intellettuale del personaggio, pari solo alla sua inabilità politica, si avvertì l’esigenza di tornare alla normalità costituzionale, ma senza cambiare l’assetto strutturale delle politiche economico-sociali. Di qui il governo Letta. Questo nasceva e si reggeva su un dato politico di fondo: l’inesistenza di una maggioranza parlamentare. Questo fattore rendeva ineludibile la formazione di un governo di larghe intese, che andasse dal Pd del sempre più stanco e logoro Bersani (“spompo”, secondo la cruda ma pregnante definizione renziana) a quanto restava di Forza Italia del non meno declinante Berlusconi. Questa inedita formula era la negazione di ogni dialettica politica, ma rappresentava l’ineludibile compromesso consociativo di una classe dirigente in stato confusionale e di un sistema politico allo sbando. Ma anche questo esperimento durò poco, soprattutto per effetto della scalata al vertice del Pd del “rottamatore” Renzi, che prima s’impadronì della segreteria del partito e poi fece fuori Letta. Iniziava allora un nuovo ciclo politico, destinato a raggiungere il suo vertice con lo straordinario consenso alle elezioni europee del maggio 2014. La stridente contraddizione interna del segretario- premier stava però essenzialmente tra il dire e il fare, nel denunciare cioè l’assoluta deficienza della politica del rigore imposta dall’Europa e nel dovere, più o meno forzosamente, continuarne l’applicazione, sia pure appena temperata da concessioni puramente demagogiche ed estemporanee. L’ambiguità dell’applicare una politica neo-montiana proclamandone allo stesso tempo il superamento non poteva però durare all’infinito. Il risultato è stato un’ambiguità e una contraddittorietà che alla fine non potevano sfuggire all’opinione pubblica. Il correttivo fu trovato nel ricorso, sempre più massiccio e invasivo, alla più sfrenata propaganda dei mirabolanti risultati di “ri – forme” nefaste, mal fatte e peggio applicate. L’effetto, alla lunga, è stato doppiamente negativo. Da un lato, infatti, la ristretta oligarchia che ha occupato il partito e il governo (e non solo) ha finito con l’essere intossicata dalla sua stessa propaganda, finendo col credervi, e dall’altro ciò ha provocato nell’opinione pubblica prima un effetto di saturazione, e alla fine di rigetto. E questo è quanto è accaduto con le recenti elezioni. Al contrario del povero Letta, al quale, prima di provocarne la caduta, Renzi rivolse la famosa frase “Enrico, stai sereno”, destinata giustamente a divenire memorabile nella pur lunga storia dei tradimenti politici, Matteo può invece realmente “restare sereno” (si fa per dire), anche se solo per il momento, perché i poteri forti che ne hanno prodotto l’ascesa non hanno ancora trovato chi e cosa possa sostituirlo, “rottamandolo” più o meno traumaticamente. Ma lo troveranno, se ne può esser certi, e abbastanza presto.
edito dal Quotidiano del Sud

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