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Matteotti e Berlinguer: l’eredità smarrita

Quelle di cui mi interesso oggi sono due storie di un tempo diverso che hanno in comune il credo dell’antifascismo e la denuncia della questione morale violata. L’occasione la offrono le celebrazioni degli anniversari di Giacomo Matteotti e di Enrico Berlinguer. In entrambi la tensione per la difesa della democrazia e delle libertà era tra i motivi principali della scelta politica. Di Giacomo Matteotti, socialista a tutto tondo, è stato scritto di tutto, ispezionando la sua vita privata e pubblica, ricordandone il coraggio fino ad immolare la sua stessa vita per mano di mazzieri fascisti. Il suo ultimo discorso in Parlamento, il 30 maggio 1924, rappresenta il dirompente epilogo del suo impegno per il rispetto delle Istituzioni, la forte denuncia di un regime che stava scivolando nella negazione delle libertà con l’abuso delle violenze personali in un forte clima minaccioso. “Se la libertà è data – affermava Matteotti – ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Molto danno avevano fatto le dominazioni straniere. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità...”.

A questa eroica testimonianza e alla coerenza dimostrata nel corso della sua vita c’è poco da aggiungere, se non che le sue idee si trasformarono in condanna a morte da parte della dittatura fascista. Oggi il clima politico è decisamente mutato eppure allarmano le aggressioni in parlamento a chi offre semplicemente la bandiera tricolore come monito all’Unità messa in crisi dall’autonomia differenziata. E resta inoltre un residuo di strisciante tentativo di controllo della libertà, come accade, ad esempio, in una parte dell’informazione, e non solo, con una forma subdola di subordinazione da parte di chi dovrebbe difendere i dettati dell’art. 21 della Costituzione.

L’altro “profeta” disarmato del secolo scorso è Enrico Berlinguer. E’ stato amato e stimato non solo per la sua mitezza di carattere, ma soprattutto perché, in nome della democrazia e delle libertà, è stato protagonista e testimone di scelte difficili, fino a diventare per la pubblica opinione un santo laico cui fare riferimento nella coraggiosa denuncia dell’immoralità devastante che aveva imprigionato il Paese portandolo al degrado e a Tangentopoli. E proprio alla questione morale Berlinguer rivolse gran parte della sua attenzione. «La questione morale – affermava il leader comunista in una storica intervista – non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche».

Oggi la narrazione della questione morale è del tutto cancellata dalle forze sociali e politiche. Se le libertà vacillano e la democrazia è sempre più debole è giusto pensare che l’eredità di protagonisti come Matteotti e Berlinguer è stata dispersa. Anzi tradita.

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Gianni Festa

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