Rosa Bianco
Nel 2025 il tempo ci consegna una duplice memoria: quarant’anni dalla scomparsa di Elsa Morante, cinquant’anni da quella di Pier Paolo Pasolini.
Due numeri, due assenze, che tuttavia non segnano una distanza, ma un ritorno. Perché ci sono vite che, nella loro stessa fine, si aprono all’eternità del pensiero.
Morante e Pasolini non furono soltanto scrittori o intellettuali. Furono coscienze in rivolta, anime che cercarono nel linguaggio un varco verso l’assoluto.
Entrambi vivevano l’arte come una forma di conoscenza totale — poetica, etica, sensuale — e la parola come un corpo da abitare e da soffrire.
In loro la letteratura si fece esperienza ontologica, tensione verso la verità, rifiuto del compromesso e della banalità borghese.
Si incontrarono a metà degli anni Cinquanta, grazie ad Alberto Moravia: Pasolini rimase folgorato dal Lo scialle andaluso, Morante riconobbe in lui un fratello di destino. Due anime affini, dunque, nel bene e nel male, unite dall’amore per ciò che è primordiale, barbarico, non addomesticato: gli emarginati, gli innocenti, i corpi e le parole che sfuggono al controllo dell’ordine sociale.
Entrambi cercavano nel “diverso” la possibilità di un nuovo umanesimo, uno sguardo che restituisse sacralità al dolore e poesia all’imperfezione.
La musica fu per Morante la chiave segreta di questo dialogo interiore. Nei suoi appunti degli anni Sessanta annotava titoli e melodie di una collezione vastissima — dalla musica antica al jazz, fino alle sonorità popolari e tribali — come se ogni suono fosse una forma di conoscenza del mondo.
Pasolini, che in fondo aspirava a essere “scrittore di musica”, la volle con sé come consulente per le partiture di Il Vangelo secondo Matteo e Medea: un incontro che superò il piano artistico per farsi comunione spirituale.
Come ha ricordato Dacia Maraini, testimone e interprete di questa relazione, tra i due vi era una complicità segnata da tensione e mistero: due solitudini che si cercavano per riconoscersi, e forse per salvarsi.
Pasolini trovava in Morante una purezza che gli sfuggiva; Morante vedeva in Pasolini l’incarnazione del sacrificio dell’artista.
L’evento promosso dall’Associazione Musicale Igor Stravinsky a Manocalzati il 9 ottobre 2025, nel cuore dell’Irpinia, restituisce voce a questa dialettica di luce e ombra, di logos e pathos.
Attraverso la memoria di Dacia Maraini e la partecipazione di voci diverse — dalla giornalista Rosa Bianco al docente Pasquale Pisaniello, dalla pianista Nadia Testa, che ne è anche la moderatrice, alla chitarrista Mayumi Ueda — la serata si configura come una meditazione collettiva sul senso della parola nell’epoca del silenzio.
Oggi, nel frastuono di una modernità che consuma significati e idolatra la velocità, ricordare Morante e Pasolini significa compiere un atto filosofico: resistere all’oblio, riaffermare che l’arte non è decorazione del reale, ma interrogazione del suo mistero.
Essi ci insegnano che la verità non è mai pacifica, che la bellezza nasce dal conflitto, e che ogni parola autentica porta con sé la ferita del mondo.
Morante e Pasolini: due anime in lotta con l’assoluto, due voci che ancora ci chiedono di scegliere — tra la superficialità e la coscienza, tra il rumore e il canto, tra il potere e la poesia.




