Punto di partenza della mostra il fuoco, uno degli elementi cardine della cultura umana sin dai suoi albori primordiali, in epoca erectus, fra mitologia e sopravvivenza prestorica, ben prima che il sapiens vincesse la scommessa evolutiva. Dall’importanza del cibo cotto che ha modificato la struttura stessa della masticazione e del corpo, alla possibilità di scaldarsi, di illuminare la notte, fare gruppo, difendersi, costruire, raccontare attorno a quei ceppi accesi: ecco, il fuoco. “Nel dialogo tra le opere di Matteo Lucca e Felice Nittolo, fra scultura e reinterpretazione musiva del concetto di tessera – si legge nelle note di presentazione della mostra – il fuoco è riportato al suo significato più elevato: mezzo per la mutazione della materia tutta terrestre – ora metallo, ora terracotta, ora vetro, ora pane – in ciò che prima non era e poi sarà, poi durerà. Come la pratica misterica e infuocata cui Demetra sottoponeva il piccolo Demofoonte per tentare di donargli l’immortalità. E si intenda il mito quale mezzo di conoscenza alternativo e parallelo al lògos e non a questo inferiore.
Il figurativo di Lucca è solo punto di partenza per indagare l’energia e il movimento stesso delle sostanze che divengono corpo e vita attraverso il calore del fuoco, via catartico-generativa e liberatoria della materia grezza in potenza.
Entrambi gli artisti partono dalle incandescenze contenute nell’utero generativo, reale e metaforico, del “Krater (crogiuolo), il vaso della trasformazione spirituale”, come spiega Jung nell’autobiografia Ricordi, sogni, riflessioni, donato dal dio-demiurgo all’uomo per forgiare e sostanziare alchemicamente l’inedito, a partire per i nostri due protagonisti da fattori terrestri – dal grano alla roccia – originati dalla Tellus Mater o Madre Terra che è, insieme al fuoco, l’altro elemento simbolico e continuo di ogni singola opera di questo incontro corporeo e visivo. Non a caso, alla verticalità sumerica delle due Stele in terracotta e vetri fusi di Nittolo, risponde l’orizzontalità delle Mani di pane di Lucca, tutto posto su basi metalliche, quasi citazione poverista, tutto denso di ansietà spirituale, dal ritmo delle maculae verdi dell’uno, all’unirsi delle dita dell’altro, in un disegno che per entrambi sa di elevazione a uno stadio ulteriore, capace di animare del fervore medesimo la ricerca incessante dell’energia vitale in Lucca e lo sperimentalismo poliedrico in Nittolo”

