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Nello studio di Ancora un ritratto inedito del Mazzini, detenuto a Gaeta: esempio di rigore morale e coerenza

“Un Mazzini che non demorde e sceglie di non scendere a compromessi, tanto da continuare a immaginare colpi di mano per inseguire il sogno di Roma Libera”. E’ il racconto che Nicola Ancora consegna del patriota genovese e della sua instancabile fede negli ideali repubblicani nel volume “Il Repubblicano. Mazzini detenuto a Gaeta” presentato dal Comitato Irpino dell’Istituto di Storia del Risorgimento, nel corso di un confronto alla libreria Mondadori. “Il libro – spiega Ancora – nasce dallo studio dei documenti conservati nella Biblioteca dell’Istituto Centrale del Risorgimento, in occasione di uno stage realizzato con l’Università di Cassino, presso il castello di Gaeta. Mi aveva colpito che tra i turisti ci fossero anche ex detenuti ed ex militari che lì erano stati reclusi. Sono relazioni, telegrammi inviati tra le Prefetture e Sottoprefetture del tempo, o diretti a Firenze al presidente del Consiglio e al Ministro dell’Interno Giovanni Lanza I documenti aiutano a gettare luce sulla detenzione preventiva a Gaeta dove resterà dall’agosto fino all’ottobre del 1870 e sulla macchina burocratica che caratterizzava la reclusione in quel bagno penale. Il governo non voleva, infatti, che fossero Mazzini e i Repubblicani a conquistare Roma. Tuttavia, l’arresto del Mazzini rischiava di apparire una mossa audace. Perciò, il capo del governo inviò prontamente una nota ai prefetti per informarli dell’arresto di Mazzini, mettendo in guardia da possibile sommosse del Partito Repubblicano”.

Ancora spiega di avere scelto di soffermarsi “Sull’umanità del patriota, capace di parlare al nostro tempo, in virtù della sua coerenza e del suo rigore morale. Non sceglierà mai di salire sul carro del vincitore. Resterà sempre fedele alle sue convinzioni ma non perderà mai di vista il reale”. E’ Mariano Nigro, direttore Comitato Irpino Istituto di Storia del Risorgimento, a sottolineare nella prefazione la capacità del volume di evidenziare aspetti inediti della storia di Mazzini, a partire dalla valorizzazione della sua quotidianità: “L’autore ci offre squarci di piccoli elementi quotidiani che hanno caratterizzato l’esistenza del patriota genovese, fatta di sigari e letture shakespeariane, aiutando anche a plasmare l’immagine mitica e idealizzata. Questa ricerca è un atto d’amore per un luogo importante per la sua formazione, seconda tappa del percorso di approfondimento della storia del bagno penale di Gaeta”. Molteplici gli spunti di riflessione evidenziati dalle docenti Antonella Venezia e Alessandra Aufiero che si sono confrontate con l’autore. Dal tentativo del governo di sondare la reazione del popolo di fronte all’arresto di Mazzini agli interrogatori, dalla rigida vigilanza “può passeggiare su un piccolo terrazzo nascosto alla curiosità dei cittadini” alle richieste, negate, di fargli visita dei deputati Nicotera e Asproni, dalla gestione della corrispondenza che doveva essere autorizzata poichè si temeva potesse contenere un “gergo settario” alle richieste di Carlotta Benettini e della moglie di Aurelio Saffi, erede del Mazzini di convivere con lui nei locali della prigionia, giudicate inaccettabili, dalle visite della stessa Benettini a quella di donne come l’inglese Emilia Ashurt, che aveva conosciuto Mazzini durante l’esilio londinese, aveva aderito alle idee mazziniane e tradotto in inglese alcune delle sue opere, dalla sottoscrizione partita a Palermo per liberare Mazzini con il concreto pericolo della sua fuga ai pasti preparati personalmente dal gestore di un albergo Lorenzo Gioia che ebbe poi l’onore di ospitarlo, dalle accuse di una pericolosa corrispondenza con Giulia Caracciolo ai sigari Cavour e napoletani prediletti dal patriota, dall’uso terapeutico del chinino fino all’amnistia concessa al Genovse dopo la Presa di Roma.

“Durante la sua prigionia – si legge nel testo – si rese necessario l’acquisto di sigari, bevande, francobolli, una cassetta, un telegramma e una riparazione degli occhiali. Volle pagare tutto lui senza gravare sulle spese del governo”. Interessante anche l’attenta analisi delle sue letture, che scaturivano dal desiderio di scrivere un’opera  sulla storia d’Italia, dall’Amleto di Shakespeare, in cui scrive Mazzini, l’autore si guarda a dentro, a differenza di quanto fa con le altre opere, alla Gerusalemme. Fino all’interesse per il poeta inglese Byron. Letture a cui si affiancavano le conversazioni con il colonello Perotti, un rapporto di amicizia nato a partire dal servizio di custodia, attraverso incontri diventati un appuntamento fisso. Conversazioni in cui il Genovese parla di tutto, dall’arte militare alla religione, convinto che con il materialismo si stesse perdendo il significato di sacrificio e dunque l’importanza del Cristianesimo, che come tutte le altre religioni, aveva una fine già segnata

Per festeggiare la presa di Roma il governo concesse l’amnistia a Mazzini, dal 9 ottobre 1870 sarebbe stato un uomo libero poichè non rappresentava più un pericolo. Ma è lo stesso Mazzini a spiegare in una lettera a Giorgina Saffi la scelta di partire “Dopo non molti giorni lascerò l’Italia, Non posso accettare amnistia, nè quindi posso giovarmi dei suoi benefici e meritarmi, anche a torto, la taccia d’ingrato. Se verrò in Italia sarà a modo mio, non per clemenza del re…Non so che del mio duplice sogno svanito: l’iniziative, incerta e probabilmente sterile, ha avuto luogo  in Francia e Roma ha la profanazione della Monarchia. Evidentemente il Partito non ha coscienza della sua missione, nè della sua forza”. Una storia, quella di Mazzini detenuto a Gaeta, messa a confronto con quella di un altro detenuto a Gaeta, Herbert Kappler, tenente colonnello in una Roma occupata, tra gli autori della strage delle Fosse Ardeatine, rinchiuso a Gaeta dal 1948 al 1976 attraverso similitudini e differenze.

 

 

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