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Nemici del Sud? La classe dirigente 

Ha proprio ragione Luigi Fiorentino, presidente del “Centro studi Guido Dorso” e attento osservatore dei problemi del Sud, nel chiedere al governo un “piano del lavoro straordinario” per arrestare la fuga dei giovani e lo spopolamento che aggredisce i Comuni del Sud. La sua riflessione va ben oltre la semplice denuncia e occupa il campo della proposta. La modernità della sua analisi fa giustizia dei tanti luoghi comuni che hanno accompagnato, per anni, l’arretratezza meridionale. Intanto, puntuale come la scadenza di una cambiale, sono giunte le anticipazioni del Rapporto Svimez che, come per il passato, danno conto di un oggettivo arretramento del Sud rispetto al resto del Paese. Non è la prima volta che il presidente Adriano Giannola lancia il grido di allarme. Lo aveva fatto con i governi Berlusconi, Letta, Monti, Renzi e Gentiloni. Ogni volta, però, dopo la descrizione del dramma meridionale con le cifre dei settori in crisi, l’emotiva reazione che ne seguiva e i promessi impegni per rimuovere gli ostacoli, tutto è tornato come prima. C’è da credere che anche stavolta sarà con la strana coppia Salvini- Di Maio. In realtà, a mio avviso, l’alleata del nord è la classe dirigente meridionale, per come essa ha svolto, e svolge, il mandato di rappresentanza nelle sedi della decisione. Ne offre una sintesi pregevole Nicola Rossi, economista di rango, allorchè afferma che “da 25 anni nei confronti del Sud sono state fatte politiche sbagliate, compreso il reddito di cittadinanza”. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: politica clientelare esasperata, fondi nazionali ed europei sprecati, talvolta collusione politica-malaffare. Mi chiedo: sarebbe la stessa cosa se il ruolo della classe dirigente fosse orientato alla trasparenza e alla legalità, esercitando, nei fatti, un responsabile controllo democratico? Certo, non è sempre così. Nel Sud esistono isole di eccellenza, ma fanno fatica ad imporsi e spesso sono costrette a svolgere la loro impresa lontano dal Mezzogiorno.
In queste ultime settimane si è affrontato il problema del credito nel Sud, prospettando l’esigenza della nascita di una nuova banca del Sud. E’ una vecchia proposta già avanzata dall’allora ministro berlusconiano Giulio Tremonti. Pochi, in realtà – e ancor meno la classe dirigente politica meridionale – si è accorta (o hanno volutamente dimenticato) che nel Mezzogiorno sin dagli inizi del Novecento operava, tra gli altri istituti di credito, il Banco Di Napoli, custode di un tesoretto da fare invidia a molti in Europa che poi il Piemonte ha scippato al Sud. Esso era il forziere dei risparmi degli emigrati meridionali che con le loro rimesse riempivano le casse del Banco. Che, per onor del vero, aveva la funzione di un’idrovora, giacché investiva quei risparmi al nord potenziando l’economia settentrionale. Dopo lo “scippo” qualche voce isolata ha denunciato l’operazione in un deserto di classe dirigente tutta protesa ad occuparsi nella gestione del potere clientelare. E’ stato così non solo per il Banco di Napoli, ma di tante altre realtà che hanno gestito il risparmio dei meridionali e che sono state assorbite da banche del centro nord. Ora è l’autonomia differenziata a tenere banco. Che fa la classe dirigente del Sud oltre la stanca lamentazione? Si accoda alle ragioni dei più forti chiedendo briciole di potere. Non è così che si difende il Mezzogiorno.

 

di Gianni Festa

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