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“Non appartengo, grazie…”, l’articolo di Monia Gaita

Molti si fregiano di appartenere, a qualcuno, a qualcosa, a un sistema, a un colore, a un programma, a una bandiera, a un partito, a un terreno in cui affondare le radici e ricavarvi acqua e sali minerali.

Eppure io, in tutta onestà, non mi sento di appartenere. Non appartengo a nessuno, per scelta o vocazione. Sono una roccia continuamente aggredita dagli agenti atmosferici, ridotta e degradata in frantumi sempre più piccoli da sbalzi emozionali che mi erodono nel tempo come una gigantesca lima. Semplicemente mi sgretolo, e lascio rotolare i miei detriti sui pendii.

E’ strano che in me nessun giunco o arbusto di certezza abbia mai attecchito. Sopraggiungeva sempre, irriducibile, il gas del dubbio, la ghiaia del disaccordo, l’argilla dell’inquieto. Sono poco permeabile e poco porosa ai marchi registrati. Forse perché la fissità mi fa paura. Mi sa di legge inesorabile, collide con il divenire bloccandone il deflusso.

E anche rispetto alla politica sto in guardia. E so che a volte, promesse e propositi sono un po’ come la nebbia, percossi di insidie e pieni di tradimenti. Credo nei valori, questi fermenti mai dissolti, dagli occhi luminosi. E non potrebbe essere altrimenti, in un’epoca in cui la solidarietà, la giustizia, l’uguaglianza, rischiano, come un rottame, di colare a fondo.

Mi rifiuto di cedere al conformismo, al telaio dei proclami o peggio ancora, alla cortigianeria. Sono aperta al dibattito e alle discussioni che sappiano incanalare indirizzi e tensione dialettica in un costrutto creativo capace di tener viva la sfida del progresso, il gusto di un’identità comune, il piacere della scommessa democratica.

Sì, perché la democrazia è una scommessa e va garantita con le azioni. Col voto del 4 marzo, una rivoluzione disarmata, ha impresso una nuova dirompente fisionomia alla politica, scaturita da un ribaltamento dei partiti storici. Un’immane deflagrazione della stabilità e dei punti fermi e una zona mobile e promiscua dai tratti reversibili che tende a sfumare l’uno nell’altro i propri confini, sfuggendo ad ogni criterio di classificazione. E mi chiedo: c’è un grado di parentela evolutiva tra i movimenti strutturati di Destra e di Sinistra e quelli attuali?

Il consenso è stato dato a chi ha prescritto la ricetta medica migliore, promettendo di guarire, con i farmaci adatti, le dolorose lacerazioni nel tessuto civico della Nazione. E io, che nel deperimento organico delle istituzioni, mi sento espropriata di tutto, finanche di me stessa, dove mi colloco? Io che fatico a declinarmi…io che fatico a coniugarmi.

Ora che lo storpio edificio delle mie certezze è smantellato, ora che il pulviscolo dello smarrimento mi avvolge con particelle solide, ora che il buco dell’ozono delle mie difese mi scruta disarmato, dove mi siedo nella scelta? In questo non ho dubbi. Ogni gabbia ha le sue ali e la speranza, dalle membrane dell’Infinito, soccorre tutti gli abbandoni.

Non ho mai smesso di sperare che, oltre le fauci spalancate degli ostacoli, la buona politica possa attrezzare un rimedio. E nella buona politica le leggi della coscienza non si eludono. E se la buona politica saprà ridiventerare una pianura di riferimento, avrò anche io, refrattaria a stemmi e distintivi, il mio marchio registrato.

E riuscirò, un giorno, forse, a declinarmi. E riuscirò, un giorno, forse, a coniugarmi. A ritrovare un’adozione a questo esilio, un carapace saldo, un tetto d’entusiasmo, una nutrice. Per chi come me, stenta a riconoscersi, nella deriva dei continenti della politica, l’augurio è l’emersione di un’unica terra estesa dove le placche degli interessi e dei bisogni non collidano in una guerra tra poveri, ma convergano in un campo in cui l’umanesimo della politica prevalga sull’affarismo della politica.

Al momento nessuno mi convince. Attendo la transizione dalla magra alla piena delle idee. E soddisfatta, infine di questa erranza. E soddisfatta, infine, di questa libertà. E soddisfatta, infine, di questa diaspora identitaria. E soddisfatta, infine, di non appartenere.

Monia Gaita

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