di Carla Perugini
Sono gli dei i veri nemici degli uomini. Personificazioni dei vizi e delle virtù di questi ultimi, parteggiano arbitrariamente e senza scrupoli per l’uno o per l’altro. Ben al di là della calma olimpica attribuita loro dai luoghi comuni, sono crudeli, vendicativi e mossi da passioni spesso turpi e lascive. A volte compaiono in veste di consiglieri, ma dalle loro enigmatiche parole si ricavano solo ulteriori compiti da assolvere, imprese da completare, viaggi perigliosi da affrontare. Quando Atena (nelle improbabili vesti di Zendaya) compare su una delle tante spiagge su cui Ulisse (un monocorde Matt Damon) finisce da naufrago, è per prospettargli altre sventure prima dell’agognato ritorno a Itaca. Dovrà ripagare il sacrilegio di aver accecato e beffato il mostruoso Polifemo, figlio di Poseidone, che si vendicherà di lui e dei suoi compagni con tempeste terrificanti e morte di tutto l’equipaggio. L’unico a salvarsi sarà l’eroe eponimo, grazie alle cure interessate della ninfa Calipso (nelle vesti ancor più improbabili di Charlize Theron), che gli serve per sette anni i fiori di loto per renderlo dimentico di ciò che ha lasciato nella sua isola. Quando poi gli ritorna la memoria, lo vediamo affrontare il mare aperto su un guscio di noce, che tuttavia riesce a riportarlo al punto da cui era salpato vent’anni prima. Qui trova un regno devastato dai pretendenti della moglie Penelope (Anne Hathaway, forse la migliore del cast) che, con uno stratagemma degno per astuzia di quelli del marito, tiene in sospeso i tanti Proci che aspirano alla sua mano. Il figlio Telemaco (uno scialbo Tom Holland) è ormai un uomo, che, nella spasmodica ricerca di notizie del padre, mantiene un rapporto conflittuale con la madre prima di prendere anch’egli la via del mare, con pochi, fidati servitori, per recarsi in cerca di notizie da Menelao (Jon Bernthal), che divide di nuovo il potere con quella sposa Elena (un’ancora più improbabile Lupita Nyong’o) per la quale ha sacrificato un’intera generazione di uomini, ma che, per ritorsione, ha sfregiato nella sua colpevole bellezza.
Questi soldati, militari per ambizione o per bisogno, rivendicano il ruolo di eroi, anche quando sono solo degli assassini legalizzati. Ci torna alla memoria un’altra pellicola ispirata agli ultimi libri dell’Odissea, Il ritorno (2025) di Uberto Pasolini, opera di sobria eleganza, lontana da miti ed epifanie. Nessuna parentela con la pellicola di Christopher Nolan, un’ambiziosa costruzione, ricca di dettagli fedeli al poema omerico e di invenzioni legittimate dal medium di cui si serve. Le strabilianti possibilità del cinema rendono visibili le meraviglie cantate dagli aedi, facendo comparire eserciti di giganti, spaventose creature marine, un ciclope di cui non sai se impressiona di più la mostruosità, fisica e comportamentale, o la solitudine di un essere che vive in una spelonca insieme al suo gregge; e ancora, sirene sugli scogli che rammentano col loro canto ai marinai i desideri che non hanno mai esaudito, incitandoli ad appagarli affogando; uomini trasformati in bestie da una Circe lontana dagli stereotipi, che riflette amaramente sugli istinti più spregevoli degli umani; il paese dei morti, dove s’è recato Ulisse con tutto l’equipaggio per ricevere la profezia di Tiresia, l’indovino cieco che, come le altre ombre, risalendo dall’Ade, per parlare ai vivi deve prima bere il sangue di bestie sacrificate; il cavallo di legno, abbandonato sulla spiaggia di Troia, che si rivelerà il colpo di genio (e di malvagità) per radere al suolo la città e annientarne gli abitanti; ancora stragi, nel tempio di Pilo, dove s’era recato Telemaco, e, finalmente a Itaca, quella dei Proci, nello stile tutto hollywoodiano dell’eroe solitario vittorioso contro tutti.
C’è tanto, forse troppo, in questo film che sfiora le tre ore di durata, e i cui interpreti non sembrano sempre a proprio agio nel ruolo, ma che tuttavia ti avvince, non solo per la trama insieme umana e fantastica ma per gli inevitabili collegamenti con la storia attuale, alla quale ci riporta l’impostazione complessiva del film. Siamo ancora noi, uomini di oggi, che diamo fuoco alle città, che sterminiamo intere popolazioni, che sacrifichiamo affetti e amicizie per il potere, che ci fidiamo delle favole delle religioni, che lasciamo annegare chi cerca salvezza per mare. Dolorosamente, in viaggio ancora una volta ma insieme a sua moglie, Ulisse infine riconoscerà che “I nostri errori saranno dimenticati”, così che l’umanità potrà continuare a farli.


