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Iniziate le consultazioni al Quirinale la crisi di governo non ha ancora un finale, è certo però che si tratta non solo di una crisi politica che riflette questo momento, ma di una crisi di sistema. La politica non riesce a dare più le risposte che i cittadini attendono e sempre di più aumenta la distanza con l’opinione pubblica che fa ormai fatica a comprendere torti o presunte ragioni dei protagonisti. Le nobili ragioni che un tempo muovevano i partiti oggi si sono smarrite, sostituite da continue prove muscolari. In politica non conta solo il quanto, cioè il saldo del voto finale su un provvedimento o su una fiducia, ma anche il come, vale a dire il percorso, il consenso che un leader o una colazione è in grado di costruire. Come leader e premier, Conte ha oggi una responsabilità in più, può ottenere un nuovo incarico ma ovviamente deve dimostrare di avere i numeri e subito dopo lavorare per offrire al Paese una visione di insieme altrimenti il governo è nudo di fronte a sé stesso, perché i partiti sono cultura, valori, storia e tradizione e non pezzi da assemblare in Parlamento. Il vero punto di crisi del nostro sistema è inoltre l’eccessiva frammentazione, una instabilità che nella prima Repubblica era dovuta allo strapotere dei piccoli partiti mentre adesso c’è stato un ulteriore peggioramento, i governi sono in mano a singoli parlamentari che sono decisivi per la vita di un esecutivo. Al contrario servirebbero partiti veri che rappresentino larghe parti della società in grado di stabilizzare una democrazia da tempo troppo fragile ed invece l’opinione pubblica assiste agli attacchi di un politico ad un altro senza un minimo di coerenza. Renzi attacca Conte perché attraverso la sua azione di governo sta facendo precipitare il Paese verso una deriva plebiscitaria della democrazia così come i suoi avversari si rivolgevano a lui ai tempi della sua stagione a Palazzo Chigi. E oltre dieci anni fa, nel dicembre del 2010, solo per fare un esempio, l’allora Presidente del Consiglio Berlusconi dopo aver perso l’appoggio della formazione di Gianfranco Fini, andò avanti grazie al sostegno determinante di alcuni parlamentari eletti nel centrosinistra che allora accusava Berlusconi e il centrodestra di azioni che oggi sta mettendo in atto. I Cinque Stelle, che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, sono ormai pronti a qualsiasi compromesso pur di salvare questa legislatura e hanno già governato con la destra di Salvini e con la sinistra di Zingaretti. Insomma in un Parlamento che non da oggi è diventato una sorta di suk arabo, c’è solo da osservare il trionfo di una doppia morale, di chi considera disonorevole il trasformismo solo quando riguarda il suo avversario e mai quando lo si pratica. In questa cornice di estrema fragilità Alessandro De Angelis di Huffington Post mette in evidenza che un “governo nato 14 mesi fa su presupposti ben più ambiziosi è ora vittima delle proprie macchinazioni, perché il raccattare tutto, l’equilibrismo delle parole, l’assecondare appetiti e ambizioni, non è una linea, né tantomeno una visione dell’Italia. Legittimo provare a continuare, prevedibile però il rischio che questa esperienza, che nella pandemia ha trovato un ubi consistam, nella pandemia si consumi, nella misura in cui la realtà chiede solidità di governo. Queste giornate fanno inoltre compiere un ulteriore salto di qualità, squadernando una non banale questione democratica, perché l’ennesima capriola trasformista di un premier non eletto dal popolo, avviene in un Parlamento non più specchio del paese e superato, nella sua forma, da una legge costituzionale che taglia le cosiddette poltrone. L’Italia sta da una parte. Il Palazzo dall’altra. E non si parlano”.

di Andrea Covotta

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