di Virgilio Iandiorio
Cercheremo invano la parola “badante” in qualche dizionario di italiano, non solo in quelli vecchi, ma anche in quelli editi appena qualche decennio fa. Essa, infatti, è una parola nuova, nata dalle esigenze della nostra società post-moderna.
Il lessico si arricchisce di continuo o attingendo parole di provenienza straniera o creando nuove parole da una base lessicale già esistente. “Badante” è una parola di questa seconda specie; derivata dal participio presente del verbo “badare”. Da una base verbale viene ricavato un sostantivo riferito a persona che compie l’azione di accudire qualcuno; così come dal verbo “cantare” abbiamo derivato “cantante” e da “amare” è venuto fuori “amante”. Non solo sostantivi “agenti”, ma anche prodotti suscettibili di determinati usi: da “colorare” abbiamo “colorante”; oppure nozioni astratte: da “muovere” abbiamo il “movente”. Senza parlare dei tanti derivati in –ante, -ente che vengono comunemente usati come aggettivi: da abbondare abbiamo “abbondante”, da trasparire ricaviamo “trasparente”.
Il verbo “badare”, da cui deriva il sostantivo badante è molto usato nel nostro dialetto. Un tempo si diceva alla vicina di casa: “Abbara, no poco ‘o criaturo”, quando per motivi urgenti veniva affidato alla vicina di casa un bambino per poco tempo. Oppure si augurava al parente o all’amico, quando ci si salutava, “Abbara a te”. Con valore esortativo si usava e si usa dire “abbara” per avvertire di un pericolo, di un evento spiacevole; poteva valere non solo come semplice avvertimento, ma talvolta anche come minaccia.
Nel passato ognuno poneva o faceva attenzione, stava attento, aveva cura, si dava pensiero di qualcuno o qualcosa. Era una forma di mutuo aiuto, di scambievoli cortesie. Oggi invece “badante” è una persona che a pagamento accudisce altre persone che per problemi fisici o psichici non possono svolgere le funzioni di una persona normale. E’ nata una nuova professione.
La badante è diventata parte della nostra vita. Se non ne abbiamo una in casa, possiamo sempre vedere quella che abita nella famiglia accanto. Questa figura femminile è entrata a far parte del nostro vissuto quotidiano. I mezzi di comunicazione, giornali e televisioni, non si risparmiano quando devono condire con contorni anche piccanti, e a volte macabri, storie di anziani signori e delle loro badanti.
E così la badante è diventata oggetto di opere letterarie. Cesare Lievi poeta, drammaturgo e regista teatrale, nato a Gargnano sul lago di Garda, nel 1952, ha scritto e diretto La badante, un’opera nella quale l’autore ritrae la nostra quotidianità intrecciata con quella degli extracomunitari. La riproposizione dei luoghi comuni sugli stranieri evidenzia le incongruenze della nostra società, che rischia di essere sommersa dal proprio benessere, ma fa emergere l’impoverimento affettivo e relazionale di essa, dominata dall’ansia del possesso e dall’individualismo esasperato.
Nel dramma La Badante protagonista è una ricca signora, che accetta mal volentieri la compagnia di una donna ucraina, che le è stata messa accanto dai figli distratti da altri interessi e lontani. La vecchia signora odia la sua badante e la sottopone a mille angherie; ma alla fine ne comprende difficoltà e amarezze, tanto da lascarla erede dei suoi beni alla sua morte.

