di Virgilio Iandiorio
La parola “tunnel” si è introdotta prepotentemente e carica di suggestioni negative, nel lessico degli avellinesi. Forse anche degli altri abitanti della provincia di Avellino; ma i cittadini del capoluogo sono quelli che quotidianamente, hanno sotto i loro occhi l’apertura profonda nel sottosuolo al centro della città.
C’è voluta una parola di origine straniera, inglese propriamente, ma che, a sua volta, deriva dal francese antico (tonel) per indicare quest’ opera pubblica dei nostri giorni, una strada che passa sotto la Piazza Libertà.
In provincia non mancano lavori di impegnativa ingegneria stradale e ferroviaria. Chi non conosce la “galleria di Montefalcione” della ferrovia Avellino-Rocchetta S. Antonio, o quella autostradale di Montemiletto. Opere che hanno richiesto anni di lavoro e risorse economiche. Eppure queste non ci incutono paura. Chiamarle “tunnel” sembra quasi arrecare loro un’offesa.
Se fossero vive le nonne di un secolo fa, c’è da credere che per fare addormentare i nipotini la sera non avrebbero detto “Dormi! Se no, viene l’orco e ti prende”, ma certamente “Dormi! Se no ti porto nel tunnel”.
A dirla tutta, non possiamo tacere che duemila anni fa, o poco più, un poeta latino immaginò che nel nostro attuale territorio provinciale si aprisse, niente meno, la bocca degli Inferi. Nell’Eneide, Virgilio colloca “lo speco vertiginoso” ,”l’immensa voragine”, nella Valle di Ansanto, da cui viene fuori Aletto, invisum numen demone detestato. Il poeta mantovano nel medioevo godette la fama di essere un grande mago. Che sia stato anche profeta del tunnel avellinese?
La definizione che di questo sostantivo “tunnel” troviamo nel Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia (editrice Utet) è la seguente: “Scavo a sezione costante e opportunamente rivestito praticato attraverso un ostacolo naturale allo scopo di dare continuità a una strada normale o ferrata”.
La metafora si è impadronita di questa parola e, grazie anche a qualche fortunata canzone ( Tunnel of Love del cantautore statunitense Bruce Springsteen,1987), “tunnel” è stato imparentato con “tossicodipendenza” (uscire dal tunnel della droga), ma anche con l’economia reale (siamo nel tunnel della crisi). Nei parchi di divertimento una delle più simpatiche attrazioni è “il tunnel”, “galleria stretta e scura, nel cui attraversamento, per lo più a bordo di un trenino, si succedono scene, rumori e artifici di vario genere”; per lo più dovrebbero avere l’effetto di incutere paura. Anche se si va nel “tunnel dell’amore”, si esce quantomeno con i capelli scompigliati.
Insomma la parola “tunnel” ci richiama, consciamente o inconsciamente, situazioni o periodi della vita negativi, di cui spesso non si intravvede il superamento, o almeno questo appare difficoltoso e lontano.
E pensare che noi avevamo “galleria”, termine che, se confrontato con il concorrente “tunnel”, sembra una parola rassicurante.
La galleria è un passaggio coperto, chiuso ai lati e lungo quanto si vuole, ma non ci incute quel timore e quella paura che ci mette la parola tunnel. Anche perché la nostra mente va alla galleria di Napoli o di Milano, luoghi una volta di alta mondanità. Pure nel giardino possiamo trovare un pergolato a galleria, dove è simpatico trattenersi all’ombra degli alberi. E non andiamo a scomodare le gallerie dei palazzi rinascimentali, ambienti sontuosi e di rappresentanza!
Un artista andrà ad esporre i suoi quadri in una galleria, giammai in un tunnel. Si va, infatti, in galleria per assistere ad uno spettacolo teatrale, quando il costo del biglietto in platea è più elevato.



