Giovedì, 18 Giugno 2026
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Di Gianni Festa

Scrivo del Centro politico. E’ un luogo in cui potrebbe ritrovarsi la maggior parte degli italiani. La dipartita di Silvio Berlusconi ha accelerato una ricomposizione delle forze in campo. A tempi lunghi si è avverata la profezia di Ciriaco De Mita: “Il Pd non esiste”. L’anziano leader della Dc, nel pronunciare quella frase, non faceva riferimento agli uomini che avevano scelto un percorso unitario, quanto invece al modo in cui il processo di unificazione delle diverse culture si era andato formando. Mettere insieme componenti politiche diverse tra loro, ma dalle diverse radici, non avrebbe avuto futuro. Così quella ricomposizione delle forze politiche che si auspicava all’indomani di tangentopoli era destinata al fallimento. E oggi il Pd è l’erede di un disegno fallito. Perché, mentre il centrodestra si è ricompattato nella logica delle alleanze, evitando di trasformarsi in partito unico, e la sinistra trova nuovo slancio dopo l’elezione della Schlein, si registra un vuoto profondo al centro, come luogo di mediazione dei conflitti destra-sinistra. Questo compito lo aveva svolto la Dc a partire da De Gasperi, nel dopoguerra, fino ad Aldo Moro, prima che le Brigate Rosse ne uccidessero il corpo e la mente. Oggi è il leaderismo senza leader a creare grande confusione. L’area che si richiama al popolarismo sturziano è frammentata. Non solo è portatrice di personali ambizioni, ma è instabile nelle sue collocazioni. Veleggia secondo l’opportunismo, come fa Renzi che tenta di abbracciare Meloni o Calenda, grande protagonista del trasformismo ad ora. Non solo. Sono molti i “centrini” in campo solo per rivendicare qualche straccio di potere. Così si dissolve la potenzialità di un’area politica che mediando tra gli opposti estremismi garantisce stabilità di governo. Come è potuto accadere tutto questo? Un po’ di storia, sia pure a vol d’uccello, non guasta. Fino a ieri dire di appartenere alla Dc era considerato, in verità, per molti senza orgoglio o in cerca di una zattera su cui salire, al pari di essere portatore di un cancro inguaribile. Ciò era dovuto in parte ad una immagine distorta del potere che, come avrebbe dimostrato Mani Pulite, era comune a tutta la platea politica nazionale. La Dc pagava lo scotto maggiore per essere stato per lungo tempo un partito inossidabile, riferimento di sovvenzioni dei maggiori enti economici del Paese che ne sostenevano la politica. Con il passare del tempo, spentosi il clamore di tangentopoli (che non è stata del tutto debellata), i pentiti del passato hanno cercato di mettersi in proprio cercando, ma non riuscendovi, di usufruire di pezzi di eredità democristiana. Da qualche tempo, per recuperare i valori espressi in particolare dall’area di Centro, sull’esempio di don Luigi Sturzo, il prete di Caltagirone fondatore del Partito popolare, sono scesi in campo i cattolici democratici i quali, non più in modo discreto, rivendicano una posizione politica di mediazione per fronteggiare la drammatica situazione che attraversa il Paese, tra violenza giovanile, femminicidi e diffusa criminalità e che crea angoscia e preoccupazione per il futuro. Non si tratta di rifare la Dc, ma di ereditarne i valori. La problematica si sposta, nell’area dei cattolici democratici, dal chiacchiericcio governativo e degli attuali schieramenti politici, sul piano delle questioni ambientali e valoriali, e risulta necessario organizzare corsi tematici e offrire luoghi di discussione soprattutto per i giovani. Si tratta di rifondare un laboratorio politico per formare una nuova classe dirigente. Da questo punto di vista l’interessante saggio di Franco Vittoria, dirigente politico nazionale e intellettuale di rango, si pone come una prima eleborazione di pensiero verso un processo di identificazione di un popolo che si considerava disperso.

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