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Anche l’ultima direzione del Pd ha confermato che le promesse a futura ,memoria, le minacce e gli appelli non sono ormai che le manifestazioni di un dialogo tra sordi.
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In quella sede sembra infatti essersi consumata buona parte della residua fiducia (ormai molto poca!) tra il premier-segretario e la minoranza interna. Tra parti in conflitto che non riescono neppure a firmare un duraturo cessate il fuoco per aprire delle serie trattative di pace, quando viene meno l’indispensabile requisito della fiducia reciproca, le residue speranze di raggiungere una composizione sono ridotte al lumicino. E ormai la guerra interna dura da troppo tempo. La minoranza di sinistra continua a lamentare (Bersani dixit) innanzitutto la mancanza di rispetto politico e la maggiore considerazione attribuita addirittura a parti dell’opposizione (leggasi Berlusconi). Denuncia il disegno del premier di spostare l’asse del partito verso il centrodestra per conquistare fette smarrite di quell’elettorato. E sottolinea la mancanza di volontà politica seria di accogliere le richieste della sinistra interna di modificare l’Italicum. Renzi, dal canto suo, sembra essersi definitivamente convinto della determinazione della minoranza dem di fare richieste al solo scopo di metterlo in difficoltà e di mantenere una guerra di trincea. Insomma, ogni parte sembra prigioniera delle propri posizioni come in un labirinto da cui non riesce ad uscire.
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Certo, anche la minoranza dem ha la sua parte di responsabilità. Forse era comprensibile l’iniziale sbigottimento di molti suoi esponenti rispetto a un Pd renziano improvvisamente appiattito sulle posizioni di Confindustria e lontano dai lavoratori. Eppure ha manifestato troppe divisioni interne. Superate spesso solo a prezzo dell’assenza, cioè uscendo dalle aule parlamentari al momento del voto. Le sue incertezze tattiche l’hanno portata a votare per ben tre volte la riforma in cambio di (future) modifiche alla legge elettorale. Tuttavia, le sue colpe sono più nell’essersi fatta infinocchiare da Renzi e che non – almeno per una lunga fase – per l’esistenza di un disegno di affossare qualunque tentativo di riforma. Quindi, considerato il suo ruolo minoritario, colpevole più per omissioni che per azioni effettivamente sabotatrici. Il premier, invece, è gravemente responsabile di esser passato più e più volte da una opinione all’altra, facendo voli come sulle montagne russe. Prima si è attestato sulla linea del no assoluto a qualunque modifica all’Italicum. Poi per mesi ha fatto promesse che non ha mantenuto. Ha lasciato anche passare il dibattito alla Camera senza alcuna novità, facendo approvare dalla maggioranza una mozione a dir poco ridicola, che non indicava alcuna direzione di marcia per le modifiche.
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Perfino nelle ultime settimane, aveva prima assicurato che sull’Italicum avrebbe preso una iniziativa entro la fine di ottobre. Però già il giorno dopo ha dichiarato che avrebbe atteso le proposte degli altri, rimangiandosi tutto. La conseguenza è che diventa difficile, per qualunque interlocutore, credergli. E per i normali cittadini tener conto di quale siano davvero gli intendimenti del premier è davvero un esercizio quasi impossibile. Anche nella direzione Pd, del resto, se realmente avesse voluto, avrebbe potuto assumere subito l’iniziativa di un disegno di legge con l’impegno di farlo approvare almeno da una delle due Camere prima del referendum. Invece ha preferito promettere ancora una volta aria fritta, che è la cosa che gli riesce di più, sapendo che comunque dopo il 4 dicembre la Corte costituzionale si pronuncerà sull’Italicum. E che il Parlamento sarà costretto a rioccuparsi di leggi elettorali!
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Con i suoi giochini tattici e gli atteggiamenti disinvolti, al limite dell’irresponsabilità politica, il premier non ha fatto finora nulla davvero per arginare possibili divisioni nel suo partito. Soprattutto, è responsabile di aver voluto a colpi di fiducia una riforma condivisa sostanzialmente solo dalla maggioranza di governo. E perciò di aver imposto al Paese un referendum dannoso. Considerata la consistenza dei due schieramenti opposti, infatti, comunque finisca la vicenda, anche dopo ci sarà circa una metà del Paese che non si riconoscerà nella nuova Carta costituzionale. Una ulteriore divisone di cui non c’era davvero bisogno!
edito dal Quotidiano del Sud

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