– di Pellegrino Palmieri –
La discussione che si è aperta in queste settimane sul Correre dell’Irpinia intorno al Partito Democratico è utile e va accolta senza fastidio.
Molte delle critiche all’immobilismo del partito sono fondate: la Direzione provinciale non è stata ancora convocata per completare e ratificare la Segreteria, individuare il vicesegretario e mettere pienamente in funzione gli organismi dirigenti. Sarebbe sbagliato negarlo.
Allo stesso tempo, però, mi sembra che questa discussione estiva proceda prevalentemente in una sola direzione: molta analisi di ciò che non funziona, molta insoddisfazione, ma poche proposte sull’orizzonte politico che dovrebbe darsi il PD. E allora proverei a partire proprio da questo.
Prima dell’Irpinia, infatti, viene l’Italia. Stiamo attraversando una fase che considero particolarmente delicata. Il governo sta mostrando limiti profondi sul piano internazionale, economico e sociale, dalla scuola alla sanità, dal lavoro alla tenuta dei servizi pubblici. Il problema non è avere un governo di destra: l’alternanza tra destra e sinistra è fisiologica in qualsiasi democrazia occidentale. Il problema sono le ambiguità che continuano a esistere rispetto alla storia del fascismo e la crescita di movimenti ancora più radicali che utilizzano parole d’ordine e riferimenti culturali che dovrebbero preoccupare chiunque abbia a cuore la qualità della nostra democrazia. L’Italia è una Repubblica nata dalla Resistenza e fondata su una Costituzione antifascista. Per questo considero la costruzione di un’alternativa all’attuale governo non soltanto una necessità elettorale, ma una responsabilità civile. Ed è dentro questo quadro che dovrebbe collocarsi anche la nostra discussione sul PD irpino.
Per capire dove siamo, tuttavia, bisogna ricordare da dove veniamo. Si è detto spesso che il Partito Democratico sia nato dalla famosa “fusione a freddo” tra la cultura postcomunista e quella cattolico-democratica. In Irpinia, a mio avviso, quella fusione non si realizzò mai veramente. Una parte importante del gruppo dirigente proveniente dai Democratici di Sinistra non entrò nel nuovo partito; sul versante della Margherita, una parte del gruppo dirigente che inizialmente aveva aderito se ne allontanò successivamente, anche in seguito alle scelte compiute dalla direzione nazionale.
Penso, in particolare, alla decisione di Walter Veltroni di preferire la candidatura di Pina Picierno a quella di Ciriaco De Mita. Potremmo dire, con una battuta che contiene però una parte di verità, che in Irpinia più che una fusione a freddo delle grandi culture politiche ci fu una fusione delle seconde file. Il PD irpino nacque dunque già con una debolezza originaria.
Naturalmente, dopo quasi vent’anni, questa storia non può essere un alibi. E non credo nemmeno alla rappresentazione di un partito diviso tra buoni e cattivi, amici e nemici. Se siamo arrivati alla situazione attuale, in misura diversa le responsabilità appartengono a molti.
Una parte di responsabilità, però, la attribuisco anche al mondo intellettuale e culturale di Avellino e dell’Irpinia, che troppo spesso ha guardato con una certa sufficienza alla vita dei partiti. La politica viene osservata, commentata e giudicata dall’esterno, spesso severamente, ma molto meno praticata. E se le energie migliori dell’università, della scuola, delle professioni, dell’associazionismo e della cultura considerano i partiti luoghi dai quali tenersi lontani, quei luoghi inevitabilmente si impoveriscono. Un partito senza cultura rischia di diventare un luogo di semplice gestione del potere; ma una cultura che rinuncia alla politica rischia di ridursi al commento di ciò che fanno gli altri.
Vengo allora all’ultimo congresso provinciale. Sono stato candidato alla segreteria con la lista Radici e Futuro. L’accordo unitario che successivamente abbiamo accettato non nacque dalla volontà di spartirci incarichi. Non chiedemmo nulla e nulla abbiamo ricevuto. Dal livello nazionale arrivò una precisa indicazione: trovare una soluzione unitaria oppure andare incontro al commissariamento.
Abbiamo ritenuto che il commissariamento non avrebbe necessariamente fatto bene al partito. Anche il PD, purtroppo, è stato contagiato negli anni dalla malattia delle relazioni personali che troppo spesso prevalgono sulle regole e sugli organismi. Abbiamo quindi preferito fare un passo indietro rispetto alla candidatura e provare a utilizzare quel minimo di peso politico conquistato per incidere dall’interno.
La Presidenza del partito, peraltro, è stata espressione dell’area Schlein. Noi non abbiamo ottenuto incarichi: siamo rimasti nel partito cercando semplicemente di dare il nostro contributo. Qualcosa, però, credo che siamo riusciti a costruire. Consideriamo la candidatura di Nello Pizza e la vittoria del centrosinistra ad Avellino anche una piccola parte della nostra vittoria politica, senza naturalmente appropriarci di un risultato che appartiene a una coalizione molto più ampia. Avevamo sostenuto la necessità di riportare la politica al centro dell’amministrazione della città e penso che questo sia avvenuto.
Continuo inoltre a considerare Nello Pizza una scelta giusta. Leggo già critiche molto severe e persino qualche pentimento. Mi sembrano giudizi prematuri. Sono trascorsi pochi mesi e Pizza, persona di grande spessore umano, culturale e politico e di indiscussa onestà, merita credito e tempo. Avellino non deve diventare New York o Copenaghen e non ha bisogno di tornare alla stagione degli annunci fantasiosi. Deve essere una città a misura d’uomo, capace di affrontare i problemi quotidiani, amministrare seriamente le proprie risorse e tenere sotto controllo i conti pubblici. Avremo tempo per giudicare i risultati.
Oggi, però, l’obiettivo politico principale è un altro: mettere il Partito Democratico e l’intero centrosinistra nelle condizioni di vincere le elezioni politiche del 2027.
Non abbiamo De Gasperi, Moro o Berlinguer. Abbiamo le donne e gli uomini del nostro tempo, con i loro pregi e i loro limiti. Ma la politica si fa con ciò che si ha, non aspettando il ritorno dei giganti del passato. Dobbiamo costruire un centrosinistra largo e credibile, evitando che la critica, necessaria in qualsiasi partito vivo, diventi un esercizio permanente di demolizione e che ogni differenza si trasformi in una divisione insanabile.
Poi, dopo il 2027, credo che il Partito Democratico dovrà avere il coraggio di fermarsi e interrogarsi seriamente sulla propria identità. Non immagino un congresso ordinario per scegliere semplicemente un nuovo segretario o misurare i rapporti di forza tra le correnti. Penso a un congresso fondativo e chiarificatore, che parta da una domanda elementare: chi vogliamo rappresentare?
La mia risposta è chiara. L’Italia ha bisogno di un grande partito della sinistra che torni innanzitutto a rappresentare il lavoro, i lavoratori, i precari, i giovani, i pensionati e le fasce più deboli. Personalmente penso che dovremmo avere il coraggio di discutere persino del nome. “Partito Democratico” è una definizione nella quale può entrare quasi tutto e che proprio per questo rischia di non comunicare più nulla. Io proporrei Partito del Lavoro, non come operazione di marketing, ma come indicazione di una scelta politica e identitaria.
E insieme al lavoro dobbiamo recuperare un’altra parola: partecipazione. Abbiamo attraversato stagioni nelle quali ci hanno spiegato che i partiti erano vecchi, le assemblee inutili, le mediazioni una perdita di tempo e che sarebbe bastato affidarsi all’uomo o alla donna soli al comando. Non mi sembra che i risultati siano stati esaltanti.
Io continuo a credere nella politica, nei partiti, nelle sezioni, nella formazione e nella partecipazione dei cittadini. Naturalmente tutto deve essere profondamente rinnovato, ma la democrazia non può ridursi a mettere una croce su una scheda ogni cinque anni e poi tornare a casa.
Per questo oggi dobbiamo lavorare per vincere nel 2027. Il giorno dopo, però, dovremo avere il coraggio di discutere fino in fondo di quale sinistra vogliamo essere e di quale partito vogliamo lasciare alle generazioni che verranno.
Perché la politica può ancora cambiare le cose, a condizione che i cittadini tornino a considerarla una cosa che appartiene anche a loro. La storia dovrebbe avercelo insegnato. Il problema è che, come recita una celebre frase di Antonio Gramsci: la storia insegna, ma non ha scolari. Sarebbe il momento di provare a diventarlo.



