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Perché il voto è comunque utile 

All’ultimo giro di boa della campagna elettorale è opportuno denunciare la mistificazione corrente di un voto comunque inutile perché, con il sistema in vigore, nessun partito otterrebbe un numero di seggi che gli consenta di governare avendo la fiducia delle due Camere. Chi diffonde questa falsa opinione dà per scontato il ritorno alle urne nel giro di pochi mesi, come se qualcosa nel frattempo potesse cambiare l’umore degli elettori, mentre in realtà l’unica certezza sarebbe un deterioramento della situazione economica del Paese, con tutte le conseguenze, negative, che ciò comporterebbe.

E’ vero che l’eliminazione del turno di ballottaggio e del premio di maggioranza, così come la ripartizione dei seggi su base prevalentemente proporzionale, ci dicono che dalle urne del 4 marzo non uscirà un vincitore indiscusso della competizione, ma ciò non significa che il voto sarà stato inutile, perché se non ci sarà un trionfatore ci saranno sicuramente uno o più perdenti. Basta tenere a mente gli obiettivi che le principali forze politiche si erano proposte inizialmente di raggiungere per verificare, a partire dal 5 marzo, quanto abbiano retto al vaglio del consenso elettorale.

Cominciamo dai Cinque stelle, che puntavano alla maggioranza assoluta dei voti e dei seggi, premessa di un governo monocolore. Traguardo già scomparso dall’orizzonte, tanto è vero che Luigi Di Maio ora non solo ha di molto attenuato la purezza del programma iniziale, ma si dichiara disponibile a compromessi ed alleanze pur di poter trovare uno spazio nella stanza dei bottoni. Un nervosismo che traspare anche dalle ultime mosse del candidato premier, compresa quella di chiedere udienza al Quirinale per preannunciare l’invio della lista dei suoi ministri, gesto inconsueto e irriguardoso, cui dal Colle si è risposto con gelida cortesia. A questo punto, la misura della vittoria o della sconfitta del progetto politico dei grillini sarà proprio l’ingresso, in qualsiasi forma, nel prossimo governo e nella maggioranza che lo sosterrà. Se i pentastellati resteranno fuori, avranno perso, e probabilmente dovranno cambiare politica e anche leader. La stagione di Luigi Di Maio sarebbe finita prima ancora di cominciare.

Una partita egualmente delicata si gioca nel centrodestra, e anche qui gli elettori potranno deciderne le sorti. La campagna elettorale di Silvio Berlusconi è stata come sempre brillante e ricca di colpi di scena, ma questa volta il risultato non è scontato, nel senso che le urne potrebbero negargli la leadership incontrastata della sua parte del campo. I voti di Salvini sommati a quelli di Giorgia Meloni potrebbero superare il bottino di Forza Italia, imprimendo alla coalizione un marchio sovranista e antieuropeo (condiviso peraltro da molte destre del Vecchio continente) che metterebbe in difficoltà l’ex Cavaliere, riscopertosi moderato e dialogante. Prevedibili tensioni nel centrodestra ne indebolirebbero la capacità contrattuale in sede di formazione del nuovo governo.

Infine il centrosinistra, dove il gioco è ancor più complesso e i protagonisti sono numerosi. In primo luogo, il risultato elettorale dirà se la scommessa di Bersani e D’Alema – liberare il Pd dal suo illegittimo segretario – sarà risultata vincente o se, al contrario, il cartello formatosi all’estrema sinistra, a sua vota insidiato dalla lista “Potere al popolo”, è destinato a sciogliersi per manifesta inadeguatezza di leadership e di programmi. Nel qual caso, non è però detto che Matteo Renzi possa di per sé cantare vittoria, poiché dovrà guardarsi sia dal prevedibile successo di Emma Bonino che potrebbe comportare la formazione di gruppi parlamentari autonomi, sia dalla amichevole concorrenza di Paolo Gentiloni, personalità molto più spendibile per un governo di coalizione quale potrebbe risultare necessario dopo il voto. E anche in questo caso sarebbero gli elettori a decidere.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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