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Di Vincenzo Fiore

«Un tempo, quando ero giovane, provai ciò che provano tanti: ritenni, una volta che fossi diventato padrone di me stesso, di addentrarmi subito nelle questioni pubbliche della città». Cosa c’è di straordinario in questo estratto dal corpus platonico? Il lettore più esperto si accorgerà che il filosofo ateniese qui sta parlando in prima persona, a differenza di quello che gli sarà capitato di leggere in uno dei trentaquattro dialoghi o nel celebre monologo dedicato al maestro, l’Apologia di Socrate. Il testo iniziale dell’articolo, infatti, è tratto dalla settima delle tredici lettere a noi pervenute, di cui soltanto questa – al di là dei dibattiti filologici – può considerarsi sicuramente autentica, scritta cioè da Platone stesso e non da qualche allievo dell’Accademia. Sappiamo che il filosofo ateniese non solo non compare mai nei suoi dialoghi, dominati invece dalla presenza di Socrate – un Socrate propriamente storico nei dialoghi giovanili, che in quelli della maturità assume i connotati di un personaggio – ma si premura, ad esempio, di far dire a Fedone, nella omonima opera, che nel giorno della cicuta Platone non fosse presente. Nei suoi stessi capolavori filosofici, Platone è apparentemente assente, sembra dissolversi fra le righe, ma in realtà si nasconde nella forza delle parole, nei silenzi, nelle esitazioni degli interlocutori. Al contrario, la Settima lettera è un’eccezione nella quale assistiamo il filosofo ateniese parlare in prima persona. Scritta sicuramente dopo il 353 a. C., cioè dopo la morte di Dione di Siracusa, quindi ormai negli ultimi anni della sua vita, questa incredibile testimonianza è uno spaccato sulla biografia platonica e un punto di vista unico sulla percezione degli accadimenti da parte di uno dei più grandi pensatori dell’umanità. Dalla delusione del regime dei Trenta Tiranni capitanati dallo zio Crizia, alla disillusione nei confronti della democrazia che manda a morte Socrate, la Settima lettera fa luce su come negli anni sia cambiato l’approccio alla politica di Platone. I confini del documento non sono relativi ad Atene, tutt’altro: grazie ad esso è possibile conoscere soprattutto i viaggi del filosofo ateniese in Magna Grecia e le tre esperienze vissute in Sicilia.

Siracusa fu per Platone la città dove sognò di poter attuare la terza ondata del suo programma politico, ovvero quella di realizzare il governo filosofico e aspirare a fondare una comunità che si avvicinasse a quel paradigma ideale, forse mai del tutto concretizzabile, della kallipolis descritta nella Repubblica. Nel suo primo viaggio pare che egli sia stato venduto addirittura come schiavo al mercato di Egina, il secondo vide il suo fidato Dione essere condannato all’esilio e, infine, nel terzo, nel 361 a. C., Platone fu trattato alla stregua di un prigioniero, nonostante la sua fama fosse ormai ovunque riconosciuta. Fu forse la frustrazione di queste esperienze fallimentari a portare il filosofo a inasprire le sue posizioni politiche nell’ultima opera della sua vecchiaia, le Leggi, testo che nel Novecento ha favorito le accuse mossegli da Popper di essere stato l’antesignano dei totalitarismi moderni.

L’errore più comune, che spesso si commette anche nei licei, è quello di sottovalutare la Settima lettera, ma a cambiare prospettiva, avviando una discussione su Platone proprio a partire da questo scritto, è invece il saggio divulgativo di Stefano Cazzato Il divino Platone. Filosofia e misticismo da poco pubblicato per Moretti&Vitali, con un’introduzione di Lucio Saviani. Scrive Cazzato, l’impossibilità di realizzare nell’immediato i suoi programmi di riforma non fanno di Platone un Empedocle rassegnato che si getta nell’Etna, ma, anzi, spostano ancora di più gli interessi del filosofo ateniese dall’immanente al trascendente. Avvalendosi del sostegno di Simone Weil, l’autore arriva a considerare Platone come il padre della mistica occidentale, definizione sulla quale certamente si potrebbe discutere a lungo, ma che in fondo ci fa ricordare quanto detto dal matematico di Harvard Alfred North Whitehead, secondo cui la storia delle idee non sarebbe altro che «una serie di note a margine su Platone». Tutto ciò che ci circonda in fondo trasuda di Grecia, senza neanche accorgercene siamo eredi inconsapevoli di una riflessione nata sotto l’ombra del Partenone. Tutto il sapere era stato seminato già lì, noi spesso siamo soltanto degli abili raccoglitori.

E in questi giorni, non possiamo non riportare la citazione che Cazzato ha evidenziato del grande critico Pietro Citati, scomparso lo scorso 28 luglio: «Tutto discende da Platone: la mania platonica supera la ragione, invade l’estasi, domina la mente, dà luce, attraverso regioni misteriose, affonda nell’abisso». Non possiamo esaurire la grandezza del filosofo ateniese in una definizione e mai riusciremo ad analizzare la complessità del suo pensiero, forse anche perché quelle che riteneva le sue idee più importanti, sono passate alla storia come le dottrine non-scritte. Egli ha parlato dell’essere e soprattutto con l’essere – scrive Cazzato – e lo interrogava sul destino finale degli uomini, nei modi della poesia e del sentimento. Ma è forse proprio da quest’impossibilità che nasce il desiderio di ricercare ancora, di scoprire quello che non cesserà mai totalmente di essere un Platone velato.

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