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E’ cambiato il modo di fare e rappresentare la politica, oggi i principali leader politici e non solo loro fanno un largo uso dei social e partecipano ai tanti talk televisivi che si sono moltiplicati e, ad esempio, le “maratone” televisive sui risultati elettorali caratterizzano il dopo voto. Insomma la politica è dappertutto mentre agli inizi della TV era completamente assente. Tutto comincia sessant’anni fa, l’11 ottobre del 1960, a sei anni dall’inizio delle trasmissioni televisive della RAI, la politica entra per la prima volta nelle case degli italiani, con il programma Tribuna Elettorale che va in onda in vista del turno amministrativo di novembre.  La televisione di Stato svolge una funzione da TV pedagogica. All’epoca c’erano masse da alfabetizzare e un ceto medio in cerca di cultura, programmi per le famiglie riunite di fronte allo schermo televisivo e un equilibrio politico da rispettare. Tribuna Elettorale è una trasmissione dove, per la prima volta, appaiono tutti i leader di partito compresi quelli dell’opposizione. Il primo ospite è il ministro dell’Interno Mario Scelba che si rivolge ai telespettatori senza usare frasi retoriche ma entrando con parole semplici nelle case degli italiani “non possiamo avere le qualità fisiche dei personaggi più popolari. Vi dovete accontentare e accettarci tutti, belli o brutti come siamo”. La politica irrompe così nella TV, passano pochi mesi e il 26 aprile del 1961 è la volta di Tribuna Politica. I leader di partito abituati ai comizi in piazza, alla folla, parlano ad una platea invisibile ma amplissima, milioni di persone. L’Italia di allora è in pieno boom economico e all’interno di questo nuovo spazio televisivo i politici rispondono alle domande dei giornalisti di varie testate della carta stampata rivolte al segretario di partito o all’esponente di governo. Nascono dei durissimi botta e risposta; storici, ad esempio, gli scontri tra il sanguigno giornalista socialdemocratico Romolo Mangione e gli algidi esponenti del Partito comunista. Confronti però condotti sempre nel massimo rispetto, senza darsi sulla voce e usando rigorosamente il Lei e così si arriva al segretario del Pci Palmiro Togliatti che usa espressioni desuete: “l’Ella mi perdoni se mi sono dilungato”. Un modo di interloquire scomparso al giorno d’oggi dove se in TV si deve gridare per fare ascolto. Il conduttore dell’epoca svolge un ruolo quasi da arbitro, limitandosi a dare la parola ai vari giornalisti e a controllare il rispetto dei tempi. Restano nell’album dei ricordi scenette che sono diventate un piccolo pezzo di storia televisiva, ad esempio in pieno compromesso storico tra democristiani e comunisti, il giornalista e direttore della Notte, Nino Nutrizio chiamato ad intervistare il segretario del PCI Berlinger, si presenta in trasmissione con un pacco di riso e uno di pasta che, avendo tempi di cottura diversi, non possono stare insieme esattamente come democrazia e comunismo. Gag che oggi hanno lasciato il posto ad animate discussioni in cui tutti urlano e cercano di togliersi la parola. L’obiettivo non è quello di ragionare e riflettere ma al contrario di arrivare ad insultare l’avversario politico o il giornalista. Arene televisive che spesso danno fastidio e alcune vengono addirittura chiuse da qualche politico influente. Fulminante la battuta che, l’allora segretario della DC Mino Martinazzoli, fa della trasmissione Samarcanda condotta da Michele Santoro, “una fumeria d’oppio”. Del resto è lo stesso Martinazzoli, amante dei paradossi, che pronuncia parole quasi profetiche quando sostiene: “noi democristiani che abbiamo vinto contro chi credeva nel tutto della politica, rischiamo di essere sconfitti da chi agita il nulla della politica”. Il punto è esattamente questo: tanta quantità televisiva produce spesso il niente mentre una selezionata qualità aiuta a capire e a far riflettere l’ascoltatore.

di Andrea Covotta

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