Fiorentino Pietro Giovino
La notizia della scoperta dei resti perfettamente conservati di Maria Macrina Grillo ha monopolizzato l’attenzione generale degli ultimi giorni. I resti mummificati, sembra per le peculiarità dell’ambiente funerario, ci hanno riportato indietro nel tempo. Malgrado ciò la storia di quel monumento è stata recentemente segnata da un lunghissimo abbandono e da spoliazioni illegali nel silenzio generale. Solo pochi si sono attivati per consentire la redazione di un progetto che, per mille banalità burocratiche, ha atteso quasi mezzo secolo. Tutto ebbe inizio qualche anno fa per la volontà di uno dei giovani del Rione di Prata, Gianni Cecere, membro della Confraternita titolare dell’edificio. Un sogno ben condiviso dal sottoscritto (che ne aveva parlato già su queste pagine molti anni fa ne: “Le anime dimenticate dell’oratorio di Prata”) e dall’allora parroco Don Andrei Rezvan Cadar. La fortuna aiutò gli audaci per aver messo sulla stessa lunghezza d’onda il Vescovo, l’architetto della Diocesi Modestino Picariello (sempre grazie) e la Soprintendenza di Avellino. C’è inoltre da aggiungere che un’amica, Maria Renna, spese i suoi buoni uffici per il raggiungimento del primo risultato. Con Gianni e Andrei si iniziò l’opera di salvaguardia e tutela dei pezzi “pregiati”, sottraendoli alle mani truffaldine: dalle decorazioni tra i materiali di crollo ai paramenti sacri settecenteschi e ottocenteschi (analizzati dalla prof.ssa Lucia Portoghesi e salvati dal priore Perrotti qualche anno addietro). Fu considerata una vittoria il finanziamento, convintissimi che il monumento meritava un finale migliore della sua storia. La documentazione consultata per le note storiche dell’edificio divenne ben presto consistente, come il frutto della ricerca in diversi archivi, sia religiosi, sia statali: la prima citazione del 1529, gli abusi di un prete d’Altavilla fino al 1560, la controversia con Montevergine, diventando poi grancia del priorato di Prata e così fino alla sua distruzione e alla sua ricostruzione avvenuta alle soglie del 1700 da parte dei confratelli dell’Oratorio de’ Morti, prima della sua trasformazione definitiva nella Confraternita dell’Immacolata, di San Nicola (titolo antico) e delle Anime del Purgatorio. Una lunga storia segnata dai terremoti: fu ricostruita dopo che quello del 1694 distrusse il vecchio oratorio, rovinata nel 1732 come tutte le altre chiese pratesi, danneggiata in quello del 1962 e gravemente lesionata nel 1980. Un colpo quasi mortale per il lunghissimo abbandono che ne è seguito. Eppure l’edificio lasciava ancora trasparire la sua importanza monumentale: le decorazioni, la tela del soffitto con le virtù dell’Immacolata, gli stalli rovinati dei confratelli, un altare in marmi di produzione napoletana e varie statue in legno policromo settecentesche (su tutte una Immacolata e un San Nicola, recentemente restaurato). Le cripte sotterranee, voltate, poi, conservavano una moltitudine di sepolture di varia foggia, inserite tra due file di scolatoi (non mi dilungo nella descrizione, peraltro già trattata in varie occasioni). L’alone particolare dell’edificio alimento’ per secoli storie e leggende paesane: dalla “sposa sepolta” alla “messa dei morti”. Tutto giaceva abbandonato. Sembrava un epilogo immeritato perché sin dalle origini la Congrega ottenne il favore dei lasciti testamentari locali, diventando la più importante opera pia pratese: amministrava un Monte dei Maritaggi (familiare dei Palma) e il Monte Frumentario di istituzione vescovile (1753), elargendo beneficenza in favore dei poveri, dei pellegrini e degli orfani. Le famiglie più importanti del paese vi erano iscritte e ne assumevano spesso l’incarico di Governatore (poi di Priore dal 1762). Lo stesso barone Zamagna di Prata si interessò per fargli avere il Regio Assenso nel 1762 e quando morì, nel 1802, chiese di essere sepolto nella sua cripta (fu l’unico della sua stirpe).
Tra le famiglie più in vista nell’oratorio si segnalano quelle dei Semenza (di cui alcune sepolture sono al lato dell’altare con stemma e lapide) e dei Grillo. Quest’ultima famiglia fece il suo ingresso a Prata nel XVII secolo, appartenendo al ceto notarile e alla piccola nobiltà cittadina, accrescendo il suo potere economico sin dalla fine del 1600, quando acquisì in buona parte il palazzo, che ancora oggi porta il loro nome, dai della Monica, un’antica famiglia di Cava trapiantata a Prata sul finire del 1500. In questo senso, una buona dose di fortuna mi ha assistito nella ricerca per l’amicizia che mi lega con alcuni discendenti di quella nobile famiglia Grillo (il dr. Giuseppe e la signora Maria Rosaria) e spesso sono fioriti confronti, ricerche e studi (in attesa di essere pubblicati). Uno degli argomenti preferiti era Maria Macrina Grillo, giovane deceduta in odore di santità, per la sua vita dedicata essenzialmente alla preghiera, alla sofferenza e alla privazione. Va precisato, come si evince anche dai documenti comunali, che Maria abitasse, non nei due grandi palazzi familiari, ma nella casa del padre, il notaio Serafino Grillo, con il fratello, il monsignor Pasquale, al “Castellone” (l’attuale via Gramsci). Una abitazione particolare, con giardino terrazzato, sulla rampa che scende al Rione dal Palazzo Baronale e che i pratesi d’un tempo chiamavamo il Palazzo dell’Arciprete (poi abitato dalla famiglia Medugno; del sempre poco ricordato pittore pratese Tommaso). Nel corso del 1800 furono proprio i due fratelli a rinsaldare il rapporto tra la Confraternita dell’Immacolata e la nobile famiglia Grillo. La prima, donna Maria Macrina, come già detto, fu monaca in casa e visse in famiglia la professione religiosa secondo un’antica usanza, quella del monachesimo domestico, godendo in mezzo al popolo pratese di prestigio e venerazione per essersi sottomessa alle regole della pietà, della penitenza e della castità, indossando l’abito monacale con il velo per devozione. Una vita spesa al conseguimento della perfezione cristiana e della purificazione spirituale. Scomparve giovanissima a 26 anni, il 22 aprile 1843. Alla sua morte vi fu grande cordoglio e venne seppellita nella chiesa della Congrega, dove una lapide, al lato dell’altare, ne perpetra il ricordo.
L’altro è suo fratello Pasquale, il quale iniziò la carriera ecclesiastica presso l’Oratorio de’ Morti di Prata come Padre Spirituale per 15 anni, fin quando venne nominato Arciprete nel 1847. Era notissimo al suo tempo per cultura e preparazione teologica, rivestendo incarichi prestigiosi: Predicatore Quaresimale in tutte le diocesi campane con molte “literae patentes”, corrispondente di nomina regia per la Società Economica di Principato Ultra (dal 1839; con i complimenti di Federico Cassitto per l’introduzione delle piantagioni di gelsi e ulivi a Prata, 1845), Deputato Ecclesiastico per la pubblica beneficenza in P.U. (dal 1839 fino al 1847), vicario foraneo per vigilare sul clero secolare di molti comuni (1844) e nel Collegio Palatino di Montefusco (nominato dal Cappellano Maggiore del Regno, 1854), Segretario del Consiglio Generale degli Ospizi della provincia di Avellino (1845), Consultore della Congregazione del Sacro Cuore di Gesù a Nola (1855), Rettore del Seminario Vescovile di Avellino (1855- 1857), Consultore Generale della Congregazione delle Missioni sotto il titolo della Purità (1859- 1860), Consigliere del Consiglio Generale degli Ospizi di P. U. (1860, da Re Francesco II di Borbone), Prefetto dei casi morali (1860), vicario delegato per il vescovo Mons. Francesco Gallo durante il suo esilio dopo l’annessione delle Due Sicilie al Regno d’Italia (1861 – 1862) e infine Delegato scolastico per il Mandamento di Montefusco nel 1872, quando saldò nuovamente il pagamento per le quote di adesione alla Confraternita dell’Immacolata. Ma non è tutto, dal momento che, in seguito ai fatti miracolosi avvenuti nella Basilica dell’Annunziata, Papa Pio IX concesse all’antica chiesa pratese tutti i privilegi e tutte le grazie annesse all’Arcibasilica Lateranense, nominando suo Prelato l’Arciprete Pasquale Grillo, il 15 gennaio 1876. Dieci anni dopo l’anziano parroco pratese, all’età di 74 anni, si spense nella sua casa “allo Castellone”. Ricordo i loro ritratti così diversi: Maria Macrina, pallida e austera, in abito monacale mentre Pasquale appare imponente, severo e più riccamente abbigliato in abiti talari. Ho pensato che meritavano di essere brevemente ricordati e raccontati in attesa della fine del restauro (a cura della Diocesi e della Soprintendenza) e dei dati dello scavo diretto dell’archeologa dott.ssa Albina Moscariello. Credo non mancheranno ulteriori sorprese.



