“La fotografia diventa strumento per cogliere ciò che non si vede, per andare al di là della superficie o di etichette imposte dalla società, consegnandoci uno sguardo sul paesaggio e sulle sue trasformazioni ma anche sulla periferia intesa come dimensione immateriale, come luogo dell’anima. Una sfida che si affianca questa volta a quella di costruire nel racconto della periferia un palinsesto che associ allo sguardo della fotografia quello che arriva da altri linguaggi artistici, dalla letteratura all’architettura”. Spiega così il giornalista Generoso Picone, tra i componenti della giuria, l’idea che attraversa “Periferie – Confini Labili”, il premio nazionale intitolato a Ettore De Socio e dedicato alla fotografia d’autore, giunto alla sua terza edizione, presentato questa mattina al Museo Irpino. Un concorso, curato dal fotografo Augusto Pieroni, voluto dalla famiglia De Socio e da Controvento, che conserva intatta la sua forza nel segno della lezione di un giornalista e amministratore della città di Avellino, tra i fondatori di “Controvento” da sempre attento alle marginalità, a partire dalle periferie cittadine. “Abbiamo creato – prosegue Picone – un vero archivio fotografico dedicato al tema delle periferie, che diventa strumento di analisi, osservazione e conoscenza, diventa occasione per comprendere le trasformazioni dei luoghi ma anche gli stereotipi legati al tema delle periferie e dunque allo sguardo di chi osserva i luoghi, alla concezione dei margini oggi. Era quello che raccontava Ettore nei suoi reportage sulle periferie, profondamente legato alla sua Avellino e consapevole di come la periferia finisca per condizionare anche la psicologia oltre che la vita dei suoi abitanti”. E sottolinea il sostegno del Museo Irpino che “ha creduto nel progetto, inserendolo nel suo calendario di eventi che lo consacra come autentico polo culturale”
E’ quindi Fulvio De Socio, figlio di Ettore, a chiarire come il concorso sia “stato un pretesto per continuare a dialogare con mio padre e sentirmi meno solo, a partire dalla sua costante attenzione ai margini e ai quartieri dimenticati nel suo impegno di giornalista e amministratore. Uno sguardo che abbiamo voluto raccogliere in un video curato da Luigi Borriello, in cui le parole con cui mio padre raccontava alcuni dei quartieri della città, da San Tommaso a Rione Parco, sono lette da Adriana Bruno. Un video per scoprire come i suoi reportage pongono l’accento su problemi mai affrontati, come le sue analisi siano fortemente attuali”. Non nasconde la soddisfazione per la buona risposta in termini di partecipazione “I concorsi fotografici sono tanti e non è facile coinvolgere fotografi con progetti di qualità. Ci siamo riusciti anche quest’anno con 70 opere partecipanti, provenienti da tutta Italia, capaci di raccontare il nostro tempo, esplorando anche realtà al di fuori dei confini nazionali, dalla ricerca del margine in spazi che appaiono senza confini ai confini imposti dalla violenza della società, come accade a Cape Town dove uomini e donne vivono segregati nelle loro case, a causa dell’altissimo livello di criminalità che rende pericoloso per loro persino uscire di casa. Tra i soggetti più gettonati le Vele di Scampia e le campagne della pianura padana fino alle borgate, dalle periferie di Avellino agli spazi urbani delle grandi città ma abbiamo cercato sguardi che rileggessero il tema in chiave originale, andando al di là del già visto. Quest’anno, poi, siamo orgogliosi di aver coinvolto i giovani del territorio, attraverso i laboratori di fotografia curati da Antonio Bergamino per gli studenti del Liceo De Caprariis di Atripalda e attraverso la bellissima realtà di Officine del Fotogramma con Mattia Balzano e Lorenzo Crescitelli che cureranno una serie di laboratori che proporremo alle scuole. Mi piaceva l’idea che questo premio potesse avere una ricaduta sul territorio, coinvolgendo le nuove generazioni. Era un obiettivo che mi proponevo fin dalla nascita del premio”. E annuncia come “Mi piacerebbe anche poter lavorare a un catalogo antologico che raccolga i progetti più belli, così da lasciare una traccia di quanto raccontato”.
Un percorso che si affiancherà ad una serie di incontri che accompagneranno la mostra sul tema delle periferie – in programma al Museo Irpino fino al 21 novembre – a partire da sguardi differenti. E sono gli stessi Mattia Balzano e Lorenzo Crescitelli a porre l’accento sulla varietà delle proposte pensate per le scuole, dalle tecniche di base di fotografia alla lettura di immagini, dagli spazi nel cinema e nel linguaggio cinematografico al cinema d’archivio, dallo sguardo e visione del documentario all’approccio alla grafica: “In questo modo vogliamo promuovere una nuova attenzione al territorio e una più forte sensibilità su linguaggi come quello dell’arte fotografica. La nostra realtà ha sede a Rione Mazzini ed è nata da attività laboratoriali portate avanti sul territorio, coinvolgendo i giovani”
Un percorso di immagini e racconti che esplora la marginalità e lo spopolamento, la bellezza della natura e la ridefinizione del margine, che prenderà vita il 17 ottobre con la cerimonia di premiazione nella sala De Mita del Carcere Borbonico l’inaugurazione della mostra che riunisce i quattro progetti vincitori. Un itinerario che muove dal primo premio a Lavender di Amos Ferro che “utilizza i mezzi di un linguaggio forte quanto elegante per creare una tensione sottile ma palpabile tra la sfera della domesticità e quella della violenza: l’una fotografabile, l’altra invisibile. Il progetto affronta il tema del margine in un territorio estremamente carico di contraddizioni e in modo estremamente vibrante: osservando un quartiere e la sua gente, ma lasciando sempre la sensazione viscerale della presenza di qualcosa di nascosto e letale”. A colpire la forza del tema, “trattato con giusto equilibrio di forza ed eleganza”.
Secondo premio a “Transmission from the Telos” di Gianluca Morini “è percepibile, quasi a livello fisico, – si legge nella motivazione – l’atmosfera torrida e immobile delle vaste aree semivuote che collegano i capoluoghi iberici. Il linguaggio fotografico indugia pressoché sul nulla, ogni urgenza sembra svanita, sopraffatta da una specie di meditazione prosaica, laddove ogni presenza appare rimpiazzabile, oltreché effimera. Ma le tradizioni orientali e occidentali concordano: è proprio nel deserto che il saggio trova sé stesso”. Particolarmente apprezzato dalla giuria “il tenore poetico e metafisico del progetto e del linguaggio fotografico con cui è condotto”
Terzo premio a La strada è un giardino di Matteo De Petris “La natura non è qui la destinazione di un viaggio – si legge nella motivazione – ad uscire dal Centro, lungo una via consolare: è invece la protagonista di una lenta riconquista degli spazi liminali antropizzati. A questa indomabile biodiversità è dedicato uno studio quasi tipologico teso tra riconquista interiore e ironica caratterizzazione scientifica”. A conquistare la giuria “la cura della rimessa a fuoco mentale, e l’accorta gestione dei linguaggi con cui un attraversamento geografico diviene un’impresa cognitiva”
Menzione d’onore a Borgate di Daniele Criscenzo: Un cliché pasoliniano come la borgata merita, anzi, obbliga a una rilettura. Il lavoro di Daniele Criscenzo fa esattamente questo; con gli strumenti della fotografia contemporanea tiene insieme l’attualità, la memoria iconografica e l’archivio di oggetti sopravvissuti, ricostruendo il panorama mnemonico di un margine che per molti è l’altrove, ma per qualcuno è casa”. Un progetto premiato “Per l’equilibrio e la dinamica con cui sono messi in gioco poeticamente tre opposti format fotografici”






