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Quel divario tra eletti ed elettori

La riforma costituzionale ha notevolmente diminuito il numero dei parlamentari ma non ha, e del resto non poteva, risolvere il problema di selezionare la classe dirigente del Paese. E’ aumentato, anche a causa di una pessima legge elettorale, il divario tra eletto ed elettore e i parlamentari, anziché dedicarsi ad incontrare i cittadini, si abbandonano ai soliloqui sui social. I politici dedicano gran parte del loro tempo a studiare una comunicazione efficace, si sforzano di inventare slogan pubblicitari per attrarre il maggior numero di consensi perché ormai conta più l’apparire rispetto alla sostanza, contano i followers. Il politico non ha più bisogno di mediazioni o intermediari, si rivolge direttamente al suo pubblico e ha smarrito il senso della misura senza avere più una visione d’insieme.

Aldo Moro, di cui tanto si è parlato in questi giorni per una fiction televisiva, sosteneva che “l’Italia è come un castello di carta, si può cercare di costruire un ulteriore piano ma bisogna appoggiare le carte con grande delicatezza e trattenere il respiro, altrimenti crolla tutto”. Una lezione oggi inapplicabile perché l’unica strada percorsa è la ricerca di un consenso che, però, senza una solida base politica diventa inevitabilmente effimero e serve solo ad alimentare illusioni. Una politica aggrappata allo spot di giornata, un vuoto dal quale gli italiani immaginano di riemergere, affidandosi nel momento del bisogno ad una sorta di pifferaio magico. La politica ha rinunciato alla complessità e al radicamento per una artificiosa semplificazione in una stagione che richiederebbe al contrario un supplemento di conoscenze.

Esemplificativa di questa situazione è la vicenda che in questi giorni sta dominando la scena nazionale, quella del deputato Aboubakar Soumahoro che arrivato a 19 anni in Italia dalla Costa d’avorio si laurea in sociologia alla Federico II di Napoli e si fa notare per le sue battaglie e per la denuncia sullo sfruttamento degli immigrati nei campi e non solo. Dopo aver militato in un piccolo sindacato di base fonda la Lega dei Braccianti. Diventa un protagonista della lotta contro gli sfruttati e un personaggio icona della sinistra mediatica e politica. Eletto deputato nella formazione guidata da Fratoianni e Bonelli, con l’ulteriore notorietà si allungano le ombre sulla sua attività da sindacalista. Accuse di stipendi non pagati o in nero, uso opaco di fondi pubblici, maltrattamenti e condizioni indegne di un’accoglienza umana e solidale, bonifici della coop di famiglia verso il Ruanda, dove il cognato ha aperto un ristorante italiano, una sottoscrizione per portare cibo nei ghetti in pandemia – oltre 250 mila euro raccolti – che non si capisce bene se e come sia stata spesa. Su tutto questo dovrà fare chiarezza la magistratura ma quello che è interessante è il problema politico oltre agli eventuali aspetti penali della vicenda.

Come ha scritto Stefano Cappellini “Soumahoro sembra caduto in terra anche per mostrare alla sinistra il prezzo dei suoi birignao e dei suoi dogmi postmoderni. I rischi, cioè, di quell’antipolitica colta e molto radical anche quando non è chic che pretende le figure spendibili e credibili provenire dalla società civile e non dai partiti. I quali, peraltro, un tempo non avrebbero avuto bisogno di chiedere referenze su un candidato, perché i candidati ce li avevano in casa, erano i loro dirigenti e militanti, e ne sapevano tutto, magagne comprese. Oggi invece arrivano dal talent, percorso individuale, un po’ di tv, un po’ di social, un po’ di giornali, un libro da Feltrinelli, un po’ di realtà se avanza tempo e voglia. E non sai più se crederci o accendere un cero per sperarci e i partiti, per capirci qualcosa, devono augurarsi di non bucare un messaggio privato su Instagram”.

di Andrea Covotta

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