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Quirinale, serve una nuova vitalità politica

Covid ed elezione del Capo dello Stato, non si parla d’altro. La pandemia prevede, purtroppo, tempi ancora lunghi perché il virus ha mutato la sua forma ma non la sua insidia, mentre per il Quirinale l’auspicio di tutti è che ci sia una soluzione rapida.
Sono vissute entrambe come un’emergenza mentre in realtà lo è ovviamente solo la prima, la seconda dovrebbe essere una questione fisiologica in una democrazia parlamentare come è la nostra. Nel tempo però la figura del Presidente della Repubblica è cambiata, non più solo arbitro o notaio ma con la crisi e la fragilità dei partiti è diventato anche e soprattutto un protagonista piuttosto attivo delle vicende politiche, assumendo atteggiamenti più intervenisti come è capitato in questa legislatura anche a Mattarella quando ha nominato Mario Draghi come primo ministro, una personalità scelta autonomamente e fuori dal perimetro dei partiti. Ovviamente l’eredità che lascia Mattarella è soprattutto un’altra: l’autorevolezza che ha saputo garantire alla massima Istituzione della repubblica. In ogni caso la ragione di questa mutata natura del potere presidenziale l’ha spiegata bene Giuliano Amato, giudice della Corte costituzionale e più volte indicato come potenziale candidato al Quirinale. Secondo questa teoria, quando il sistema politico è stabile e il governo gode di una maggioranza sicura, la prassi istituzionale prevede che il Presidente della Repubblica possa stare da parte, e che l’ambito in cui esercita i suoi poteri sia limitato. Viceversa, se il sistema politico attraversa una crisi e se il governo è precario, allora i poteri del presidente della Repubblica si espandono, come una fisarmonica. Se questo è vero è altrettanto vera la riflessione di Marco Follini che invita a non dare dunque eccessiva enfasi a questo appuntamento perché “sette anni sono lunghi e non finiscono mai nel modo in cui sono cominciati e perché l’eletto è tenuto più ai suoi doveri pubblici che alla sua privata gratitudine. E forse anche perché come ammoniva Enrico De Nicola, il primo dei nostri dodici presidenti, la gratitudine stessa si configura come il sentimento della vigilia”. La partita che si sta per aprire ha però una profonda differenza con il passato e cioè questa elezione cade in una stagione di profonda crisi dei partiti, nel vuoto della politica che non è di questa legislatura ma che ha radici più profonde e che oggi ci sta facendo pagare un prezzo costosissimo nell’Italia dell’emergenza pandemica con centinaia di morti al giorno e che ha un bisogno urgente di certezze e non di avventure o di polemiche fatte di dispetti e ripicche. Occorre guardare alla nostra storia migliore e ricordare che la prima elezione in Parlamento di un capo dello Stato è avvenuta nel 1948. Allora De Gasperi, che aveva stravinto le elezioni, poteva farsi eleggere al Quirinale ma mise da parte le ambizioni personali e dopo aver puntato senza successo su Sforza puntò sul nome prestigioso di Einaudi. Lo stesso De Gasperi che in pieno fascismo ci regala la sua idea di politica scrivendo “ci sono molti che nella politica fanno solo una piccola escursione, come dilettanti, ed altri che la considerano e tale è per loro, come un accessorio di secondarissima importanza. Ma per me, fin da ragazzo, era la mia carriera, la mia missione”. L’obiettivo, dunque, è costruire una politica diversa, costruendo trame unitarie e non divisive evitando il rischio di imbattersi in un Presidente scelto perché ha meno veti. Dovrebbe essere il momento di una nuova vitalità politica evitando come dice Cirino Pomicino la piece teatrale a cui è stata ridotta la vita parlamentare e immaginando una nuova visione e prospettiva, perché prima del pallottoliere viene la politica.

di Andrea Covotta

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