Viviamo in un’epoca dominata dalla velocità del codice, dove l’Intelligenza Artificiale sembra dettare il ritmo delle nostre esistenze. Ma cosa succede quando a confrontarsi con questa modernità “incendiaria” è la memoria profonda, quella di un figlio del Sud?
È la domanda che attraversa Radici e Algoritmi. Memorie di un figlio del Sud, il nuovo libro di Massimo Montanile. Non un semplice saggio tecnico, né una mera autobiografia, ma un “romanzo di formazione” che tiene insieme due mondi apparentemente distanti: la verticalità dell’appartenenza — le radici irpine, la terra, la famiglia — e l’orizzontalità del ruolo, segnata dall’informatica, dall’esperienza professionale e dall’innovazione tecnologica.
Questi temi sono stati al centro dell’ultima presentazione romana del volume, ospitata il 2 ottobre a Palazzo Valentini e promossa dall’Associazione Culturale INTRECCI con il patrocinio della Città metropolitana di Roma Capitale. Un riconoscimento istituzionale particolarmente significativo. Nel comunicarne la concessione, il Sindaco metropolitano ha infatti scritto: «Tale patrocinio rappresenta il riconoscimento della Città metropolitana di Roma Capitale nei confronti dell’iniziativa promossa da questa associazione, iniziativa che si ritiene di particolare valore e significato per l’Ente e per la comunità metropolitana».
Durante l’incontro, il dibattito ha toccato corde profonde. Come ha sottolineato la filosofa Cristiana Freni, il libro non propone un aut aut tra passato e futuro, ma un et et. La sfida non è rifiutare la tecnologia, ma “umanizzarla”. In un momento in cui l’algocraziarischia di alienare le relazioni, Montanile – esperto di tecnologia – ci ricorda che senza memoria non c’è progetto.
Il dialogo tra memoria e futuro ha trovato espressione anche attraverso la parola recitata e la musica. Marzia Verdecchi, attrice e Direttrice artistica del Teatro Nuovo Piccolo Garbatella, ha dato voce ad alcuni brani del libro, accompagnata dal musicista Valerio De Angelis. Lettura e musica hanno così restituito anche sul piano emotivo uno dei motivi centrali di Radici e Algoritmi: il valore delle relazioni, degli affetti e di quella memoria personale e collettiva che accompagna l’uomo anche quando si confronta con le trasformazioni più radicali della tecnologia.
A dare voce a questa urgenza è intervenuto anche il poeta Franco Arminio, che in un videomessaggio ha definito il lavoro di Montanile come un intreccio prezioso: l’uomo che sa stare nel locale, nella passione dei territori, ma che ha lo sguardo rivolto al mondo che cambia.
Il libro si configura così come un testamento spirituale, un invito a non subire passivamente l’innovazione. “L’Intelligenza Artificiale è uno strumento”, ricorda l’autore, “ma l’etica della relazione deve restare umana”. In un’Italia che spesso guarda al digitale con un misto di timore e passività, Radici e Algoritmi suggerisce una terza via: quella di un umanesimo plenario, dove il futuro si costruisce partendo dall’uomo e all’uomo ritorna.
Perché, in fondo, come insegna la storia di Montanile, la vita non è una linea retta, ma un groviglio di radici che, se ben coltivate, permettono di camminare verso il futuro con passo più sicuro.

