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Referendum, appuntamento con il Comitato per il No

Il Comitato Irpino Società Civile per il NO invita la cittadinanza e i rappresentanti dei media alla conferenza stampa di presentazione, che si terrà venerdì 23 gennaio 2026, alle ore 10:30, presso il Circolo della Stampa di Avellino.

Relatori di venerdì saranno Maria Grazia Papa, Ermanno Simeone, l’avvocato Acone e Davide Perrotta di Libera Avellino

Sarà un momento di confronto aperto e autorevole sulle ragioni del No al referendum costituzionale, per difendere giustizia, Costituzione e democrazia, comprendere le implicazioni della riforma e riflettere sull’importanza di un voto responsabile per il futuro delle istituzioni.

Perché dire No: la giustizia non è un terreno di conquista

Il referendum sulla giustizia che attende il Paese non è una consultazione come le altre. Non riguarda soltanto l’organizzazione interna della magistratura, né può essere liquidato come una disputa corporativa tra poteri dello Stato. È, più profondamente, un passaggio che interroga il rapporto tra democrazia, Costituzione e potere politico. Ed è per questo che le ragioni del No meritano di essere esposte con chiarezza, senza slogan e senza timori reverenziali.

Il primo equivoco da sciogliere è quello secondo cui la riforma rappresenterebbe una risposta necessaria all’inefficienza della giustizia italiana. I tempi dei processi, le difficoltà organizzative, le disuguaglianze territoriali sono problemi reali, ma non vengono affrontati in modo sostanziale dalle modifiche proposte. Al contrario, il cuore della riforma interviene sugli equilibri costituzionali, spostando l’asse del sistema senza incidere sulle cause concrete del suo malfunzionamento. È come se, di fronte a una casa che ha fondamenta fragili e impianti obsoleti, si decidesse di ridisegnarne la facciata.

Uno degli elementi più controversi è la ridefinizione degli organi di autogoverno della magistratura. La Costituzione ha voluto questi organi come baluardo contro ogni forma di subordinazione del giudice al potere politico. Non per privilegiare una casta, ma per tutelare i cittadini: perché l’indipendenza di chi giudica è una garanzia per chi viene giudicato. In questo quadro, l’ipotesi di ricorrere al sorteggio per la selezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura rappresenta un punto di rottura profondo e pericoloso. La casualità non è uno strumento di trasparenza, ma una rinuncia alla responsabilità: spezza il nesso tra competenza, rappresentanza e mandato, svuotando il principio stesso dell’autogoverno. Un CSM composto in tutto o in parte per estrazione casuale non sarebbe più un organo capace di esprimere un equilibrio interno fondato sulla professionalità e sull’esperienza, ma un’assemblea fragile, strutturalmente più esposta a pressioni esterne. Non è un caso che nessun ordinamento democratico al mondo affidi l’autogoverno della magistratura al sorteggio: perché l’indipendenza non si tutela con l’azzardo, ma con regole solide e responsabilità riconoscibili.

Si sostiene che la riforma serva a “riequilibrare” i poteri. Ma la storia costituzionale insegna che l’equilibrio non nasce dall’indebolimento di un potere a vantaggio di un altro. Nasce dalla loro reciproca autonomia e dal controllo incrociato. Quando uno dei pilastri viene reso più fragile, l’intero edificio democratico diventa instabile. In un Paese con una lunga tradizione di conflitto tra politica e giustizia, questa fragilità non è un rischio astratto, ma un precedente concreto.

Un altro argomento spesso utilizzato a favore del referendum è quello della separazione delle carriere. Presentata come una svolta epocale, essa viene però caricata di un significato che non corrisponde alla realtà. La separazione delle carriere esiste già dal 2005, ed è stata ulteriormente rafforzata nel 2017 dalla legge Cartabia, che ha reso i passaggi tra le funzioni sempre più rari, regolati e limitati. Le funzioni di giudice e pubblico ministero sono dunque già oggi distinte, con percorsi separati e garanzie specifiche. Trasformare questa distinzione in una separazione rigida di tipo ordinamentale, accompagnata da nuovi assetti istituzionali, non migliora automaticamente l’imparzialità del sistema. Anzi, rischia di creare un pubblico ministero sempre più isolato e potenzialmente esposto a pressioni esterne, in un contesto in cui l’azione penale dovrebbe restare sottratta a ogni logica di convenienza politica.

Ma il punto forse più delicato riguarda l’architettura disciplinare che la riforma disegna. Accanto alla creazione di due distinti Consigli Superiori, viene introdotto un nuovo organismo: una Alta Corte disciplinare dotata di competenze estese e decisive. A questo organo verrebbe affidato non solo il giudizio disciplinare sui magistrati, ma anche la valutazione degli appelli contro le proprie stesse decisioni. Si tratta di una concentrazione di potere che rompe un principio elementare di garanzia: oggi, infatti, le decisioni disciplinari del CSM sono impugnabili davanti alla Corte di Cassazione, un giudice terzo e indipendente. Con la riforma, il circuito si chiude all’interno dello stesso sistema disciplinare, riducendo drasticamente il controllo esterno e la percezione di imparzialità. In un ordinamento democratico, la giustizia disciplinare non può trasformarsi in un circuito autoreferenziale, soprattutto quando è chiamata a giudicare chi esercita una funzione di garanzia per tutti i cittadini.

Il risultato complessivo è un sistema che non appare più orientato a rafforzare l’indipendenza della magistratura, ma a renderla più controllabile, più frammentata, più vulnerabile alle oscillazioni del potere politico. È per questo che il No non è una posizione conservatrice, ma una scelta di tutela costituzionale.

I problemi reali della giustizia italiana sono noti e condivisi: la lentezza dei procedimenti, la cronica carenza di personale amministrativo, l’insufficienza delle risorse materiali e tecnologiche. Su questi nodi la riforma non interviene. Tutto il resto — la costruzione di un nemico interno, la promessa di una svolta simbolica, l’enfasi sul controllo — rischia di rimanere propaganda.

Il referendum, che si svolgerà il 22 e 23 marzo, chiama gli elettori a una decisione netta. Non si tratta di difendere interessi corporativi, ma di scegliere se la magistratura debba restare un potere autonomo, libero e indipendente, oppure diventare un’istituzione più debole e più esposta alle pressioni della politica.

Votare No significa difendere una giustizia che risponde solo alla legge e alla Costituzione. Significa ricordare che l’indipendenza dei giudici non è un privilegio di pochi, ma una garanzia per tutti.

Rosa Bianco

 

 

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