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Il governo non si può permettere di ignorare la pandemia che ormai ci sta affliggendo da più di due anni, solo perché si fida del giudizio di quei pochi insegnanti che più di andare a sviscerare le loro nozioni in classe non sanno fare altro. Mi dispiace di degradare il lavoro dei politici e dei docenti, ma è impensabile che davanti a tale virulenza, che causa malati e morti ormai da tanto tempo, si rimanga fermi, senza muovere una virgola, a teorie pedagogiche e sociali di sì alto valore (collaborazione scuola, discenti, famiglie, che sono di grande stimolo per la crescita cognitiva e sociale di bambini e adolescenti), ma ormai fuori tempo. Bisognerebbe adattare la didattica alle nuove situazioni, anziché ansimare per un ritorno alla normalità con una scuola in presenza, quando i dati scientifici e pratici parlano chiaro e non promettono niente di buono. Non voglio negare i risvolti positivi di una didattica in presenza, ma dato che siamo costretti a coabitare ancora per un lungo periodo con questo mostro, sembrerebbe ragionevole metterci a tavolino e programmare un piano che consideri soprattutto una istruzione a distanza, superando quelle ideologie ben attestate per tempi felici, ma che oggi sono non solo false ma soprattutto illusorie, fuori tempo e lontane da sperimentazioni scientifiche che si adattino a questi periodi terrificanti. Sulla base di considerazioni sia psicologiche che sociali, ma soprattutto didattiche, dobbiamo valutare il danno che provochiamo nelle menti dei bambini/e e dei fanciulli/e, il momento in cui adottiamo misure non solo discriminatorie, ma soprattutto illusorie e sbilanciate pur di portare avanti un approccio cognitivo che siamo poi costretti ad interrompere bruscamente o a continuare a scapito di vite che se ne vanno o di malati che si assentano; questi ultimi potrebbero addirittura essere additati come la causa della chiusura delle scuole. Ma ci siamo posti il problema di quali danni irreparabili possiamo fare in una mente che cresce e che soprattutto si affida ciecamente agli adulti? Usare la credulità infantile per far credere che tutto finisca presto e senza conseguenze? Perché fare promesse se ben sappiamo che c’è il rischio di non poterle esaudire? Illudere è peggio che dire la verità. Oppure pensiamo che i bambini siano tanto stupidi da poterli manipolare come vogliamo? A questo punto cadono tutti i presupposti didattici, pedagogici, psicologici, sociali e chi più ne ha più ne metta. Non illudiamoci, dobbiamo programmare una didattica che tenga conto dei tempi, che si adegui anche alla tecnologia, che come ho specificato in un recente convegno sulla didattica il 21 dicembre 2021 tenutosi ad Atene, la tecnologia usata durante la didattica a distanza serve soprattutto ad abituare le menti dei nostri ragazzi al loro futuro nel mondo del lavoro; un mondo nel quale staremo vicini anche a coloro che sono molto ma molto lontani da noi. Impegniamoci oggi a fare ricerca sui dati che abbiamo acquisito durante i mesi in cui la didattica a distanza faceva da padrona, e ci renderemo conto che i risultati non erano catastrofici, ma anzi hanno sviluppato idee e metodi anche positivi (vedi The Future of Education in Post-Pandemic Global World Atiner). Impegniamoci, al di là della pandemia, ad inserire nelle nostre classi mezzi tecnici e ore di lezioni a casa; la mente duttile del bambino trae benefici anche insospettati, e non riduciamoci ad esibire come un fiore all’occhiello quelle scuole dotate di un’aula equipaggiata con mezzi audio-visivi. Questa situazione dovrebbe rientrare nella normalità di ogni edificio scolastico. Non scoraggiamoci ancorandoci a vecchie strutture e mentalità: Avanziamo nel nuovo, nell’attuale, nello sconosciuto. Facciamo ricerche che potrebbero essere fruttuose in un prossimo futuro. Non adagiamoci sul conosciuto, inoltriamoci nell’ignoto, nel deserto cangiante e mobile, nel fiume che scorre e che muta di continuo per le sue acque sempre nuove (S. Piro, Negli stessi fiumi … , CSR edizioni, 1992).

Maria Rosaria D’Acierno Canonici (prof associato)

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