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Se la vera politica resta sullo sfondo

Un grande statista come De Gasperi diceva che non bisogna guardare alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni. Questa frase molto abusata e citata da tanti politici della seconda Repubblica che non l’hanno mai applicata alla lettera è stata ultimamente ricordata dal leader della Lega Matteo Salvini. Ci sarebbe subito da dire che sulle prossime generazioni il governo giallo-verde ha scaricato diverse cambiali in bianco e nell’immediato tra reddito di cittadinanza e quota cento sono stati ipotecati 15 miliardi di spesa in disavanzo. Difficile stare allegri per il futuro. Impietoso un paragone con De Gasperi che proprio il 18 aprile di 71 anni fa vinceva trionfalmente le prime elezioni del dopoguerra. Lo statista democristiano alle prossime generazioni ci pensava veramente. I suoi governi aprirono la strada ad una lunga stagione di riforme che consentirono ad un paese distrutto dalla guerra di avviare una indispensabile ricostruzione.  Lo statista democristiano ricuce un paese devastato con l’obiettivo di eliminare progressivamente il divario storico ed economico tra Nord e Sud. Obiettivo però che nonostante gli sforzi non riesce a concretizzarsi pienamente. De Gasperi però crea alcune condizioni: la cassa per il Mezzogiorno, la realizzazione di nuovi collegamenti stradali e reti elettriche. Vara il piano casa insieme a Fanfani e una vera riforma agraria con l’esproprio coatto delle terre ai grandi latifondisti e la sua distribuzione ai braccianti agricoli in modo da renderli nei fatti piccoli imprenditori. Insieme a Vanoni allora ministro delle Finanze viene riformato il sistema tributario del nostro paese introducendo l’obbligo della dichiarazione dei redditi. Istituisce l’Eni che grazie ad Enrico Mattei diventerà e oggi lo è ancora un grande gruppo petrolifero-energetico. Insomma pose le basi negli anni cinquanta per quello che sarà il boom economico, il miracolo italiano. Uno storico come Agostino Giovagnoli definisce De Gasperi come l’uomo del rigore, l’uomo delle poche parole, ma tutte pensate, tutte rispondenti alla realtà. Lui scrive nei suoi appunti: ogni giorno sento 47milioni di italiani (tanti erano all’epoca) che bussano alle mie porte, perchè hanno bisogno di lavoro, hanno bisogno di cibo, hanno bisogno di tutto. Quindi un anti eroe, diciamo così, ma proprio per questo molto apprezzato dagli italiani dopo le ubriacature del fascismo. Ecco perché un personaggio così poco popolare, che coincideva così poco all’immagine, è stato in realtà molto popolare. Oggi al contrario l’immagine è tutto. I leader di tutti gli schieramenti vivono sui social, trasmettono sensazioni e fanno politica attraverso gli annunci dando l’impressione di aver trovato una soluzione che invece è molto lontana. Vale per i due vice premier attuali Salvini e Di Maio o per Berlusconi e Renzi quando sono stati a Palazzo Chigi. Il ruolo del web è oggi cresciuto in modo esponenziale, non esserci equivale all’irrilevanza e come dice il direttore dell’Espresso Marco Damilano questo paese è da venticinque anni colonizzato da partiti che non cadono nell’equivoco di pensare che ad una comunicazione forte corrisponda un’ideologia debole. Resta il fatto che la vera politica quella fatta di incontri con le persone, di territorio, di militanti che ci credono è rimasta troppo sullo sfondo. E allora in questo contesto una personalità come quella di Marco Follini che ha studiato De Gasperi e che ha attraversato prima e seconda Repubblica oggi dice che “quando si archiviano i partiti e con essi l’ingombro della fatica politica in quel vuoto finiscono per riemergere consuetudini che si rintracciano nel passato. L’idea di un potere sbrigativo ed assertivo che non ha tempo per misurarsi con le fumisterie del dibattito pubblico ma deve arrivare prontamente al punto, senza distrazioni e senza complicazioni. L’idea di una leadership solitaria, sottratta ad ogni forma di collegialità”.

di Andrea Covotta

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