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Nel mondo globalizzato gli Stati Uniti non sono più la forza egemone che ha condizionato il mondo del dopoguerra. Il 22 novembre di 55 anni fa veniva assassinato a Dallas il Presidente americano John Kennedy forse la figura che più ha inciso in quella fase storica. Ha incarnato il sogno americano e fatto appassionare intere generazioni che si sono avvicinate alla politica. Un numero impressionante di pubblicazioni su Kennerdy, si calcolano circa quarantamila libri su di lui che danno l’idea della sua enorme popolarità non scalfita dal tempo. Oggi il Presidente americano è Donald Trump un miliardario che ha inaugurato e imposto quella che poi è stato subito definita politica sovranista che ha fatto scuola in altre aree del mondo. Alla base c’è un mutamento della società che dopo la crisi si è piegata alle tante paure che agitano il mondo occidentale.  I sovranisti cavalcano queste paure a partire da quelle degli immigrati e dai processi di globalizzazione che hanno via via impoverito la nostra società fino ad arrivare all’analisi del sociologo Giuseppe De Rita convinto che ormai in Italia la borghesia non c’è più ed è per questo che vince la politica del rancore che il Movimento Cinque Stelle trasforma in consenso.  Passati in fretta dall’opposizione al governo i “grillini” hanno su tante questioni posizioni diverse e talvolta divergenti per esempio sull’immigrazione e sull’euro e devono fare i conti con un elettorato molto differenziato che raccoglie delusi di tutte le aree politiche.  Una differenza sostanziale con Salvini che invece si muove proprio sulla scia di Trump e di altri movimenti sovranisti europei come quello della Le Pen o dei leader dei paesi dell’Europa dell’Est.  Il vero successo del Presidente degli Stati Uniti è proprio questo. Il suo America First è diventato per Salvini il “prima gli italiani” e così per Marine Le Pen pronta addirittura ad imboccare la strada della “Frexit”  uscendo dall’Unione Europea. I tempi di Kennedy sono dunque lontani.  Oggi che l’Europa è messa in discussione va ricordato come ha fatto ad esempio il professor Angelo Panebianco  che il principale sponsor dell’integrazione europea in funzione anti sovietica furono gli Stati Uniti che garantendo la sicurezza militare agli europei in cambio del riconoscimento della loro leadership, permisero alla Comunità/Unione di investire solo in sviluppo e welfare anziché in sicurezza. Per inciso, chi nasce gatto non può diventare cane: l’impossibilità di dare vita ad una difesa europea si spiega in questo modo.  E per un’America dei diritti e dell’uguaglianza esportati in tutto il mondo si è battuto John Kennedy. E’ stato il Presidente della generazione che dopo l’orrore della seconda guerra mondiale ha dato vita all’onda impetuosa del sessantotto. Una politica riformatrice che doveva trasformare rendendola più moderna la società.  Oggi più che ai diritti e alla partecipazione si guarda ai piccoli interessi perché come dice Ezio Mauro si è rotto il filo che collega l’individuale al collettivo e dunque “smarrito il sentimento di cittadinanza,  perduto il senso di rappresentanza non c’è da stupirsi che l’individuo si ritrae e si richiude. Sentendosi spodestato, scartato, isolato, si lega alle radici, alla terra, al posto, all’intreccio di esperienze identitarie che sente confusamente messe in discussione dal multiculturalismo sulla porta di casa. E’ il capovolgimento domestico della globalizzazione, il tentativo di chiuderla fuori dalla porta”. La vera differenza tra l’America e il mondo di Kennedy è  quello attuale di Trump è proprio questa. La politica e la cultura di un tempo includevano le spinte della società mentre oggi non c’è inclusione ma anzi viene incoraggiato chi coltiva rabbia e rancore verso le istituzioni  con l’antipolitica che ha preso il posto della politica.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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