di Virgilio Iandiorio
Non so per quali strani segni del destino, ma il vino è passato in questi ultimi anni da umile comparsa, e spesso defilata, sulle nostre mense quotidiane, a top model. Messo in mostra, gustato, assaggiato, centellinato, corteggiato come le più famose star del momento. Se poi ha la “G” è degno di stare alla mensa degli dei dell’Olimpo. Una bella rivincita sulle bibite gassate, che tanta parte hanno nella nostra alimentazione, e di cui sembra quasi non si possa fare a meno.
Il vino ha sostenuto ardue lotte con le altre bevande concorrenti e rivali sin dalla sua origine. Nel libro nono dell’Odissea, Ulisse racconta l’avventura sua e dei compagni nell’antro di Polifemo. “Era un mostro immenso -dice lo scaltro itacese-, non somigliava ad un uomo che mangia pane, ma alla cima selvosa di altissimi monti”. Nella caverna in cui dimora il ciclope “erano carichi di formaggi i graticci, erano stipati i recinti di agnelli e capretti…traboccavano tutti di siero i vasi ben lavorati, secchi e mastelli, nei quali mungeva”. E nella spelonca Polifemo, “sedutosi, munse le pecore e le capre belanti, tutto in modo giusto, e sotto ogni bestia spinse un lattante. Subito, fatto cagliare metà del candido latte, lo raccolse e lo depose in canestri intrecciati, invece metà lo mise nei vasi, perché lo potesse prendere e bere e gli servisse da cena”. Più che la caverna di un mostro, quella del ciclope sembra un caseificio, dal produttore al consumatore.
Polifemo non conosce che cosa sia il vino; egli è un bevitore di latte e un mangiatore dei suoi derivati. Ulisse e i compagni si portano dietro “un otre di capra, pieno del nero vino, dolce” che gli aveva regalato Marone, sacerdote di Apollo, della città di Ismaro in Tracia, regione posta nell’estremità sud-orientale della penisola balcanica. Un vino “dolce e puro, bevanda divina”, eccezionale anche per il greco Ulisse: “Quando bevevano questo rosso vino di miele, ne versava (il sacerdote Marone) una tazza piena su venti misure di acqua: dal cratere si spandeva un dolce profumo, divino. Allora non avresti gradito starne lontano”. Per gli antichi greci e romani il vino si beveva mescolato con l’acqua. I nostri contadini, che bevevano solamente vino “assoluto”, chiamavano acquata il vino allungato con acqua. Una parola di disprezzo.
Sappiamo poi come la vicenda andò a finire: Ulisse fece ubriacare Polifemo e poi lo accecò. Il vino risultò, almeno allora, un’arma vincente.
Per secoli e secoli il vino ha mantenuto una sua vitalità “artistica” che non conosce confronto con altre bevande. Ha fatto da “modella” a centinaia di artisti, che lo hanno ritratto nelle pose più disparate e in ambienti bucolici, realistici, sacri e scabrosi. Non c’è epoca della nostra civiltà occidentale che non abbia un artista che non abbia lasciato dipinti su una tela o su di una parete pigne di uva, tralci, anfore e giare. Un tema universale che è stato coniugato con il sacro, con l’amore, con la vita e con la morte.

