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Le campane della Cattedrale di Nostra Signora dell’Annunciazione a Gerusalemme suonavano a morto mentre una folla enorme si apriva al passaggio del feretro di Shireen Abu Akleh lungo tutto il tragitto da Sheikh Jarrah fino alla Cattedrale nella città vecchia di Gerusalemme, quando sono entrati in azione i picchiatori della polizia israeliana che hanno lanciato granate assordanti e hanno aggredito il corteo con i manganelli, arrivando a bastonare persino gli uomini che portavano il feretro in spalle. La bara è oscillata ed è stata sul punto di cadere in terra. Le sconvolgenti immagini di quest’aggressione ad un cadavere, riprese dalle TV, hanno fatto il giro del mondo ed hanno suscitato qualche secondo di indignazione nei leaders politici occidentali, pur sempre pronti a chiudere un occhio di fronte alle “pratiche” di Israele. Josep Borrell, Alto rappresentante dell’UE per la politica estera, ha dichiarato che “L ‘Unione europea è sconvolta” – aggiungendo che – “Consentire un pacifico addio e lasciare che le persone in lutto piangano in pace senza molestie e umiliazioni, è il minimo rispetto umano“. Indignazione televisiva, destinata a durare l’espace d’un matin, e a scomparire senza alcun a conseguenza politica. Shireen Abu Akleh era una giornalista palestinese, con cittadinanza americana, che da oltre venti anni, riferiva la realtà dell’occupazione militare in Cisgiordania. L’11 maggio stava documentando l’incursione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin quando un cecchino israeliano ha deciso che doveva smettere. In Israele c’è il massimo rispetto per la libertà di stampa, ma….quando è troppo, è troppo! Il caso di Shireen ha suscitato clamore mediatico, ma è soltanto un episodio che si inserisce in una lunga traccia di sangue innocente. Ha scritto Gideon Levi “Il sangue di una famosa giornalista, per quanto coraggiosa ed esperta fosse – e lo era – non è più rosso di quello di un’anonima studentessa liceale che un mese fa stava tornando a casa in un taxi pieno di donne in questa stessa Jenin quando è stata uccisa dagli spari dei soldati israeliani. È così che è stata uccisa Hanan Khadour.” Per non parlare del personale medico che è stato ucciso durante le manifestazioni al confine di Gaza, tra cui la giovane infermiera di 21 anni Razan al-Najjar.

L’orrore che suscitano questi episodi sbiadisce di fronte al mare di barbarie che ci circonda e ci fa assistere ogni giorno al fiume di sangue che scorre in Ucraina, che nessuno vuole arrestare.

Non suonavano le campane domenica scorsa a Berlino, al summit dei Ministri degli esteri della NATO a Berlino, quando è stato celebrato, con un tripudio di amorosi sensi (salvo il dissenso della Turchia) l’annuncio della Svezia e della Finlandia di volere aderire alla NATO, abbandonando per sempre lo status di nazioni neutrali. Il Segretario Stoltenberg ha dichiarato che si tratta di un evento di portata “storica”. Su questo siamo d’accordo con Stoltenberg, è un evento che segna un capolinea nella storia perché  – come ci ammonisce Marco Revelli – “tutto questo avviene nel pieno di un travolgente processo di decostruzione di tutti i dispositivi di intermediazione e di garanzia contro i rischi di una perdita di controllo dei conflitti pazientemente costruiti nei decenni della guerra fredda, per impedire che essa diventasse calda”. Fra questi dispositivi giocavano un ruolo importante le fasce di neutralità di paesi come la Svezia e la Finlandia. Con l’ingresso della Finlandia che ha un confine con la Russia lungo 1340 Km, si completerebbe l’accerchiamento della Russia da parte della NATO. La questione va inquadrata in una prospettiva rovesciata: non sono Svezia e Finlandia ad entrare nella NATO, è la NATO, cioè la sua organizzazione militare – articolazione del dispositivo militare americano-  che si espande nei territori di Svezia e Finlandia, arrivando a ridosso di Mosca. La conclusione è che due potenze nucleari, fra di loro ostili, arriveranno a stretto contatto fra di loro. Qualche giorno fa Papa Francesco aveva dichiarato che “l’abbaiare della Nato alle porte della Russia”, avrebbe spinto Putin a reagire e a scatenare l’inferno in Ucraina. Adesso quest’abbaiare è diventato un latrato, un latrato lugubre che ci annuncia che ci siamo messi su un piano inclinato in fondo al quale c’è la terza guerra mondiale. La ricetta per la sicurezza che gli USA hanno imposto all’Europa è quella di rafforzare i dispositivi militari (dispiegando anche armi nucleari) per contrastare la potenza definita ostile. Questo significa corsa al riarmo per fronteggiare il nemico da posizioni di maggior forza. Il nemico, a sua volta, è spinto ad incrementare la sua potenza militare per fronteggiare meglio il blocco avversario. Una vera politica di sicurezza, invece, deve puntare a costruire una sicurezza comune, non si può incrementare quella di un blocco politico-militare a scapito dell’altro. Essa si costruisce concordando misure di disarmo graduale reciproco e abbassando la tensione fra nazioni potenzialmente ostili. Nei momenti più bui della guerra fredda, leaders come Aldo Moro e Willy Brandt, furono capaci di dissociarsi dalla logica della guerra e organizzare una Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa che ha segnato un passo significativo per la riduzione delle tensioni in Europa fra l’URSS ed il blocco occidentale.  Il processo che stiamo vivendo ci porta dritti verso la catastrofe ma può essere arrestato se solo un leader europeo si alzasse e dicesse no, perché l’allargamento della NATO richiede l’unanimità.

di Domenico Gallo

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