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Sigfrido Ranucci presenta il libro a Grottaminarda: la casta resiste ancora

Il conduttore di “Report” racconta 50 anni della storia, controversa e tormentata, d’Italia, a partire dal ritrovamento degli elenchi della Loggia P2 a Villa Wanda

Arriva a Grottaminarda nel pomeriggio di oggi, per presentare il suo libro sul “ritorno della casta”, Sigfrido Ranucci, conduttore di “Report”, trasmissione che va in onda su Rai3. E che la politica italiana ha, più volte, cercato, di oscurare. Con la scorta, perché minacciato dalla mafia, che ha tentato di ammazzarlo per non fargli più fare giornalismo d’inchiesta. A Grottaminarda, invitato dalla Pro Loco locale, nella sala da the’ di Ciotola, prima di dirigersi verso Lacedonia dove doveva presentare un suo monologo teatrale. Ranucci, nel suo libro, racconta cinquanta anni della storia, controversa e tormentata, d’Italia. Partendo dal ritrovamento degli elenchi della Loggia P2, nella villa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, nel fiorentino. A “villa Wanda”, c’erano nascosti i segreti di un Paese, ancora irrisolti.

Mentre Sigfrido Ranucci prima si concede un caffè e poi si avvia, in mezzo alla gente che lo stava aspettando, a cominciare l’intervista, e si fa i selfie a richiesta, gli chiediamo cosa è cambiato, ad oggi, dopo il ritrovamento di quella lista. “Gelli aveva sdoganato la separazione delle carriere, Nordio la sta attuando”. E allora siamo allo stesso punto? “No, anzi siamo addirittura avanti – risponde -“.

E lo stato di salute del giornalismo italiano? “Malato – dice, senza giri di parole”.
Gli scandali che hanno caratterizzato la politica, la finanza, l’industria. E la lettera scritta, idealmente, alla Repubblica italiana ad inizio del suo libro. Per la “consapevolezza di non aver saputo difendere alcune delle basi della nostra Costituzione. Il libro lo ho voluto dedicare ai ventotto magistrati uccisi perché cercavano verità e giustizia. Non siamo stati in grado di difendere la nostra Repubblica, la Costituzione che parla di diritto del lavoro, quello alle cure e alla sanità. Ma anche per non aver difeso la dignità degli uomini, o i requisiti fondamentali come l’indipendenza della magistratura”.

Il suo, quello di Report, è un “osservatorio privilegiato e sono convinto – aggiunge – che, quello che sta accadendo, è null’altro che un ulteriore tassello di un nuovo ordine mondiale”. Che, attraverso i social, la digitalizzazione di tutto, ormai, “ci controlla”. E che “dopo aver distrutto il diritto internazionale, sta distruggendo quello dei vari diritti nazionali per cercare di avere un esecutivo sempre più forte all’interno dei Paesi che rispondono a interessi che nascono dall’altra parte dell’Oceano”. Che rispondono a tipi come Elon Musk, al presidente Usa Donald Trump e chi gli è più vicino.

Per tornare al libro presentato a Grottaminarda, tutto quello che è accaduto è sul filo della restaurazione. Nonostante Tangentopoli, il “tutto cambia perché resti tutto uguale”, come scriveva Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”, un progetto che negli anni sta tentando di ridimensionare, quantomeno, l’autonomia della magistratura, fino ad arrivare al referendum sulla separazione delle carriere. E Ranucci ricorda le principali tappe: dalla riforma Castelli del 2005, varata durante il secondo governo Silvio Berlusconi, questo era anche il sogno del Cavaliere di Arcore, ma incompleta perché una parte fu rinviata alle Camere dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi per profili di incostituzionalità, alla riforma promossa da Clemente Mastella, fino alla riforma Marta Cartabia con l’introduzione dell’improcedibilità e nuove disposizioni in materia di comunicazione giudiziaria. Non si cercava più un equilibrio tra pesi e contrappesi dello Stato ma un totale sbilanciamento tra politica e magistratura.

Si è fatta ora di andare a Lacedonia, ma resta il tempo di rispondere ad alcune domande del pubblico. Ad una, di un ragazzo che vuole sapere dove sta andando l’ordine democratico mondiale, il giornalista risponde con un esempio. “Proprio pochi giorni fa mi sono divertito a vedere le prime voci di esportazione dei cosiddetti Paesi colonizzatori, Stati Uniti, ex Unione Sovietica e Cina. Negli anni settanta del secolo scorso erano le armi, mentre negli 80 gli audiovisivi. Si esportava, attraverso il modello di consumo delle fiction, film, cinema, che serviva a colonizzare. Nei 90, invece, si esportavano compagnie telefoniche, le multinazionali del web. E da qui in poi, sono certo, saranno quelli che hanno investito sull’intelligenza artificiale. Questo deve farci riflettere perché ci da il senso di quanto abbiamo lasciato la nostra democrazia – sottolinea Sigfrido Ranucci – in mano agli altri in quanto a tecnologia”. Che ci consente di collegarci con il mondo. Se pensate a Trump che si è sfilato dalla Nato, lasciandola a difendersi da sola, ma con le proprie armi (quelle degli americani,ndr). Che sono però indietro dal punto di vista tecnologico”.

Cosa c’entra con la democrazia? ” Quello è un concetto non solo riferito alle armi. A Francesca Albanese, ad esempio, il presidente americano ha spento tutti i circuiti finanziari. Vuol dire che i Paesi europei sono impotenti di fronte a quanto sta avvenendo a Gaza, in Iran. Hanno abdicato alla ricerca e alla loro democrazia”. Quindi, il firmacopie e poi di corsa a Lacedonia.

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