Quanto conta nel contesto regionale e nazionale la provincia di Avellino? E che ruolo hanno i sindaci verso quella che viene definita la legge “spaccaitalia” ovvero l’autonomia differenziata regionale? Interrogativi che meritano una risposta e dai quali si può comprendere anche la politica meridionalista perseguita dalla fitta rete delle autonomie locali. Muovendo da questa considerazione si può sostenere che l’Irpinia è ferma al palo. Anche quando sembrerebbe il contrario per effetto di alcune mance che arrivano sul territorio. La questione riguarda anzitutto il ruolo svolto dalla classe dirigente locale che nell’interpretazione dorsiana si presenta come dedita al clientelismo e al trasformismo. E’ assente, invece, una visione complessiva del territorio nel contesto di livelli decisionali oltre gli stessi confini della cinta municipale. Il Pnrr con la distribuzione dei fondi ha dimostrato che più che guardare ad un orizzonte vasto, come l’occasione pretendeva, si è agito con piccoli interventi di impatto localistico.
A volte tra Comuni vicini si è aperta una sfida su chi avesse meglio utilizzato le risorse sotto il proprio campanile. Errore di mentalità e di cultura retriva. Mi è capitato talvolta di assistere ad una riunione dei sindaci convocati in occasione di cerimonie e di notare come l’incontro svelasse una distanza abissale tra loro. A volte come nel caso del conflitto tra Bonito e Mirabella il guardarsi in cagnesco solo per l’attribuzione del nome ad una galleria. Di questi conflitti esistono a iosa, mentre sono miseramente fallite le Unioni dei Comuni, le intese per l’area vasta e tutti quei strumenti che guardano oltre il protagonismo individuale. Con questo non intendo assolutamente negare il lavoro e l’impegno dei primi cittadini, talvolta prezioso, ma evidenziarne i limiti nella complessità dell’intero sviluppo del territorio. Solo per fare degli esempi: prezioso è risultato il contributo dato dall’ex sindaco di Sturno, Franco Di Cecilia che girando per le strade del suo paese annotava i piccoli problemi da risolvere affidandoli ad un registratore o, ancora come esempio, l’ex sindaco di Montoro, Mario Bianchino che intraprese la battaglia dell’unificazione del territorio diviso, dando prova di guardare oltre il proliferare dei municipi. In realtà sia Di Cecilia che Bianchino, probabilmente insieme ad altri sindaci di cui mi sfugge l’impegno, pur prestando grande attenzione ai problemi del luogo amministrato, si sono dimostrati di avere una visione ben più ampia del localismo sprecone. E già. Ci sono sindaci dei Comuni confinanti con il capoluogo poco attenti ai problemi della legalità, assediati da speculazioni edilizie che talvolta fanno pensare ad intrecci con la malavita. O ancora sindaci che si inginocchiano ai potenti di turno promettendo fedeltà in cambio di qualche mancia. Se è vero che tutto questo è nel presente che viviamo è altrettanto vero che non c’è un ruolo propositivo che testimoni unità di intenti oltre l’impegno nella cinta comunale. I limiti di questo ruolo svolto quasi da accattonaggio non è solo dei primi cittadini s volte impegnati a rincorrere la perdita della dignità e del rispetto delle comunità amministrate, ma è in primis dei partiti. Perché quando non c’è civismo camuffato sono le forze politiche dominanti a dettare le regole del gioco attraverso la richiesta del voto inquinato senza rispetto delle regole, voto che è utile al potente di turno per scalare la “carriera” politica. Il cane che si morde la coda. E come si è visto in modo plastico, la recente Festa dell’Unità ha fatto registrare il limite della partecipazione di sindaci amici tradendo la partecipazione popolare, nutrimento per un partito che vuole crescere. E sono le forze politiche, quasi sempre chiuse nel loro recinto di potere e di distribuzione di incarichi, a diseducare i sindaci, ma non solo, per impegnarsi sui grandi temi della democrazia e della partecipazione. Da questo punto di vista, cari lettori e non, avete mai registrato da qualche anno a questa parte una convocazione dei primi cittadini da parte delle forze politiche nella loro unità per discutere del danno che provocherebbe la legge del leghista Calderoli sull’autonomia differenziata regionale? Al nord sono state firmate le prime intese per il governo territoriale per alcune materie. Al sud, invece, si è fermi vergognosamente al palo. Se non avessi sangue meridionale nelle vene mi verrebbe voglia di gridare: viva il Nord.
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Gianni Festa
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