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Sinistra Italiana: dai referendum alla riduzione dell’orario di lavoro per una nuova stagione di diritti

di Sara Zeccardo – Dipartimento lavoro Sinistra Italiana Avellino
Le ipocrisie e la propaganda del governo Meloni non hanno fine: lo testimoniano i dati sulla disoccupazione, quelli sull’occupazione femminile e sulla crescita del Paese Il peso di queste bugie schiaccia come sempre le fasce deboli, che pagano il prezzo di  salari bassi e lavoro precario, in un Paese in cui è insopportabile il numero dei morti sul lavoro sopraffatti dalla logica del profitto. In tutta Italia continua la strage, una strage legata allo sfruttamento e all’insicurezza: 3 lavoratori o lavoratrici al giorno sono vittime dell’iperprofitto, del disinteresse per i diritti e la sicurezza nei luoghi di lavoro. La precarietà, i fenomeni di illegalità e sfruttamento, la frammentazione del sistema delle imprese stanno alimentando i rischi e l’insicurezza sui luoghi di lavoro, soprattutto nei settori più esposti come la logistica o l’edilizia. I subappalti a cascata, la mancanza di controlli, il lavoro precario, non sono tragiche fatalità, ma frutto di precise scelte politiche. Nelle esperienze europee più virtuose (pensiamo alla Spagna) si discute di riduzione dell’orario di lavoro, di salario minimo, di allargamento della sfera di diritti, mentre l’Italia procede nel verso opposto.
Anche per questo assumono un grande valore i referendum proposti dalla Cgil e la proposta di legge promossa da Avs M5s e Pd. Ci si pone un preciso obiettivo: non solo quello di modificare leggi specifiche, ma anche di restituire dignità e diritti. Il lavoro precario, i subappalti e le esternalizzazioni sono espressione di un nuovo modello organizzativo di ogni azienda privata e pubblica, frutto di vent’anni di leggi sbagliate che hanno deteriorato le condizioni di vita e di lavoro delle persone. Dal lato opposto si muovono le proposte della Cgil che offrono una prospettiva, un respiro ai diritti dei lavoratori, mettono al centro la libertà sul lavoro e nella vita: abrogazione del jobs act, indennità di licenziamento nelle piccole imprese, responsabilità solidale del committente negli appalti e intervento sui contratti a termine.
Il primo quesito riguarda lo scempio del jobs act: la proposta è cancellare le norme sui licenziamenti che consentono alle imprese di non reintegrare una lavoratrice o un lavoratore licenziato in modo illegittimo.
Si tratta di rimettere al centro il lavoratore, renderlo libero e non più ricattabile: il jobs act dieci anni fa piantava lo stendardo della flexsecurity, che si è rivelata in realtà una formula generatrice di ulteriore precarietà e ricattabilità.
Il lavoro precario è una piaga che affligge sempre di più questo Paese: il lavoro a chiamata è rimasto lì , con situazioni che arrivano anche ad una sola chiamata al mese e che in qualche modo finiscono per gonfiare le statistiche degli occupati, ma anche quelli dei lavoratori poveri. Questi contratti riguardano ben 700mila lavoratori.
Il contratto di somministrazione ha avuto una progressione altrettanto notevole, prima e dopo il covid: i somministrati sono i “prestiti” delle agenzie per il lavoro alle piccole, medie e grandi imprese, anche del settore chimico o metalmeccanico. A quei lavoratori si applica un costo del lavoro più alto del 10-15 per cento ma spesso non si riesce ad applicare la contrattazione di secondo livello e neanche la legge sui licenziamenti collettivi. Il ricorso a quei lavoratori favorisce solo le imprese: i loro costi non figurano come costo del lavoro ma come servizi nel sistema contabile: la politica neoliberista del lavoro flessibile e agile di fatto distrugge le tutele e deresponsabilizza sempre di più la parte datoriale.
In questo senso l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori rappresenta l’unica, vera tutela per un lavoratore in caso di licenziamento illegittimo: il decreto legislativo 23 del 2015 regolava il cosiddetto indennizzo monetario ed ha generato una ingiustificata disparità di trattamento in ragione della sola data di assunzione del lavoratore, il 7 marzo del 2015, producendo ulteriore precarizzazione, con conseguenti continui interventi della Corte costituzionale che invitano il legislatore a una revisione complessiva della normativa, in senso garantista. Per questo l’integrale abrogazione del Dlgs è necessaria, ed è una vera e propria battaglia di civiltà del lavoro
La reintroduzione del reintegro è l’unica via per dissuadere la parte datoriale , l’unico deterrente all’arbitrio spesso smisurato dei datori di lavoro.
Nella stessa direzione va il secondo quesito referendario che innalza le tutele contro i licenziamenti illegittimi per le lavoratrici e i lavoratori che operano nelle imprese con meno di 15 dipendenti, per eliminare il tetto massimo dell’indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato, affinchè l’importo del risarcimento sia deciso dal giudice e senza alcun limite.
In Italia queste imprese sono numerosissime: eliminando il tetto di sei mensilità si garantisce al lavoratore una tutela adeguata in base a criteri ben precisi quali l’età, la condizione familiare e la capacità economica dell’azienda poiché non sono rari gli esempi di aziende anche molto piccole con enormi fatturati che crescono a spese del lavoratore precario.
Il terzo quesito propone la cancellazione della liberalizzazione dei contratti a termine per limitare l’utilizzo a causali specifiche.
I contratti a termine, lo vediamo in ogni realtà del Paese, da nord a sud, sono la nuova frontiera assunzionale: 3 milioni di occupati a termine, di cui il 34 per cento dei lavori cessati ha una durata fino a 30 giorni ed il 56 per cento riguarda la cosiddetta “fascia 1”, di soli 3 giorni: un esercito di precari costretti a vivere nell’incertezza , nella corsa della società neoliberista in cui sei presto considerato “vecchio” e non più “spendibile” nel mercato del lavoro. La paura di perdere l’ennesimo lavoro blocca e paralizza intere generazioni, crea disagi di ogni genere, anche di natura psicologica, per cui non è previsto nessun sostegno e nessuna assistenza.
La norma, in caso di contratto inferiore a 12 mesi, non prevede la necessità di una ragione giustificativa obiettiva e temporanea e la previsione di una causale riguarda invece i contratti a termine superiori ai 12 mesi che rappresentano in questo Paese una strettissima minoranza. Bloccare la liberalizzazione di questi contratti è una vera e propria questione di giustizia sociale e dignità dei lavoratori. Nella stessa direzione, quella della dignità del lavoro, va il quarto quesito, che garantisce l’integrale copertura del danno subito: sono troppe le aziende di dubbia stabilità, e la normativa attuale rischia di sollevare il committente dalla previsione di misure di cooperazione e coordinamento in materia di salute e sicurezza . L’abrogazione valorizzerebbe la responsabilità solidale, quella che impedisce la limitazione delle tutele sul lavoro: un incentivo per le imprese committenti per l’estensione della responsabilità e a loro volta per le imprese che si avvalgono del subappalto a selezionare imprese adeguate.
I quesiti sono tutti legati da un filo conduttore: la libertà del lavoratore e la lotta al precariato. I contratti part time, a chiamata, quelli di somministrazione hanno visto in questi anni una crescita esponenziale e il precariato ha generato instabilità e povertà.
L’incidenza della povertà fra gli occupati nel 2023 si è stimata al 7, 6 per cento. La precarizzazione del lavoro, insieme alla stasi salariale hanno avuto effetti disastrosi. il Cnel ha stimato che in termini reali i salari italiani sono cresciuti solo dell1 per cento dal ’91 ad oggi contro una media Ocse del 32,55. Questo Governo non perde occasione per attaccare il diritto di sciopero, ironizzare sui diritti sindacali e contemporaneamente nega il salario minimo e la legge sulla rappresentanza, estendendo i contratti a termine, i voucher, liberalizzando il lavoro somministrato.
Questa destra soffoca la libertà, l’autonomia e la dignità dei lavoratori. E’ necessario un cambio di passo, è doveroso parlare di salario minimo, lottare per la sicurezza sul lavoro. I referendum proposti dalla Cgil e la proposta di legge a prima firma di Nicola Fratoianni e ripresa anche da Pd e M5s vanno dunque nella direzione di una nuova stagione di diritti e riscatto sociale. Siamo il Paese dei salari tra i più bassi d’ Europa, dove 4, 6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 9 euro lordi: in un settore come quello della pubblica amministrazione e delle funzioni centrali gli aumenti contrattuali non recuperano neanche un terzo dell’inflazione. In media si lavora 1734 ore all’anno e nonostante ciò si hanno tassi di produttività bassi, Anche per questo è giusto porre il teme della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario da 40 a 32 ore settimanali per lavoratori e lavoratrici di ogni settore. Lavorare di più non significa lavorare meglio. Riappropriarsi del tempo e delle relazioni è una necessità dei nostri tempi, è l’occasione per cambiare e tornare ad essere cittadini liberi. Ridurre l’orario di lavoro, bloccare la sfrenata corsa ai contratti precari, rendere più sicuro il lavoro, sono battaglie di civiltà. Dunque con le battaglie in Parlamento, e quelle fuori dal Parlamento, con i referendum, si deve aprire una nuova stagione di lotta politica per i diritti sociali. Una stagione di mobilitazione di cui il Paese ha un urgente bisogno.

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