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Smart working, la partita che l’Alta Irpinia vuole giocare

di Michele Vespasiano

Leggo sugli organi di stampa provinciali, che l’Alta Irpinia è al centro della proposta di incentivare lo smart working per i dipendenti pubblici che scelgono di vivere nei paesi delle aree interne. L’iniziativa è diventata un dossier politico da parte dell’on. Gianfranco Rotondi, che la vede come un tentativo perinvertire la curva demografica che da anni scende senza frenate, e per questo ha invitato il ministro Paolo Zangrillo.

La lettera inviata al Ministero per la Pubblica Amministrazionenasce da un’urgenza: sono migliaia di giovani persi in un decennio, tantissimi i paesi che si svuotano, mentre i servizi si assottigliano inesorabilmente in una spirale senza soluzione. Ma anche da una convinzione, ovvero che il lavoro da remoto possa essere una leva per riportare vita dove la vita si sta ritirando.

La proposta è certamente interessante, ciononostante sui piattidella bilancia sono diverse le ragioni che spingono in un senso o nell’altro.

Partiamo dalle prime. Chi la sostiene vede nello smart working un’occasione concreta, non un sogno utopico ma una modalità di lavoro già praticata nel settore privato, dove lavorare da casa o da hub condivisi, con obiettivi chiari e risultati misurabili è una realtà sperimentata con successo. E questo è il parere anche di Rosanna Repole, presidente della Città dell’Alta Irpinia, tra le aree dove più si avvertono i rigori dell’inverno demografico.

I vantaggi, secondo il sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi, che ha sposato in pieno la proposta del parlamentare irpino, sono molteplici. Un dipendente pubblico che torna in paese non porta solo un contratto, ma porta figli nelle scuole, gettito fiscale ai Comuni, consumi nei negozi, partecipazione nelle comunità. E porta anche un segnale, ovvero che vivere nelle aree interne non è un ripiego, ma una scelta possibile. Da non sottovalutare c’è ancheil tema del recupero del patrimonio edilizio, con case vuote che tornerebbero a respirare, immobili che smetterebbero di cadere a pezzi. E quello della qualità della vita, che finalmente potrebbe tornare a ritmi più umani, a costi più bassi, con un equilibrio che molti giovani cercano e non trovano nelle città.

Ma non tutti vedono la proposta come una soluzione immediata. Un ostacolo impegnativo è innanzitutto tecnico: senza connessioni veloci e stabili lo smart working resta uno slogan. Molti borghi non hanno infrastrutture adeguate e la distanza dai centri maggiori rende complicati i servizi essenziali; e mi riferisco ai trasporti e alla viabilità, alla sanità territoriale, alle scuole e, non ultimo, alla carenza di spazi di coworking.

C’è poi un’alea politico-amministrativa, che senza investimenti strutturali l’iniziativa resti a metà, solo un annuncio. E non meno reale è il rischio che si rafforzino disparità già esistenti, con paesi che potrebbero attrarre più residenti e altri che restano indietro.

Da non sottovalutare, inoltre, che la macchina della Pubblica Amministrazione non è sempre agile nel cambiare i modelli organizzativi. Il lavoro per obiettivi, gli hub condivisi, la valutazione dei risultati, sono concetti che richiedono una trasformazione culturale, non solo normativa.

Ben venga, allora, il ministro Zangrillo in Irpinia, ma si consideri che molte competenze sono della Regione, cosicché si renderànecessaria l’interlocuzione tra i soggetti istituzionali coinvolti, che nel nostro caso si trovano su posizioni politiche contrapposte.

Insomma, la proposta si muove tra entusiasmo e prudenza: c’è chi vede un’occasione storica e chi teme che, senza infrastrutture adeguate, il ritorno nei nostri paesi resti un pio desiderio più che una scelta.

Personalmente, ritengo che lo smart working possa essere un motore valido, quantomeno per favorire la “restanza”, per dirla con Vito Teti, ma solo se accompagnato da un piano infrastrutturale concreto e da una riforma organizzativa della PA. Senza questi elementi, il rientro rischia di infrangersi contro la realtà di strade dissestate, connessioni assenti e servizi essenziali carenti.

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